Storia

Il grande disastro

di Alexander Nelson Hood - “In un attimo tutto sommerso e distrutto” (Milton) - «I lamenti dei sopravvissuti, per molti giorni non raggiunti dai soccorsi, erano pietosi e straziavano il cuore»

La ricorrenza dell’anniversario di quella che fu riconosciuta come una delle più grandi catastrofi della storia, richiama chiaramente alla mente e senza che ne diminuisca l’orrore, quella fatale notte che precedette il 28 dicembre e le settimane che seguirono.
Neanche le recenti visite sui luoghi del terremoto a Messina aiutano a mitigare quelle sensazioni, dato che si è fatto poco per rimuoverne le tracce e ricostruire la città.
Denaro in passato sembrava esservene molto; non sono mancate le offerte d’appaltatori stranieri per lo sgombero delle macerie e la ricostruzione degli edifici; ma o un inopportuno spirito d’indipendenza ha scoraggiato l’aiuto esterno, o hanno prevalso le solite lungaggini e inadeguatezze burocratiche.
Pertanto gli orrori ed i principali effetti della calamità sono ancora ben visibili; e queste poche mie osservazioni, fatte ora sul posto, possono avere valenza solo dal punto di vista psicologico.
Se è vero che il vino rivela la verità, non meno vero è che il terrore rivela il vero carattere degli uomini e delle donne aldilà di ogni convenzione.
Più grande è la paura, più evidenti sono i segnali che tradiscono i veri caratteri degli individui; infatti lasciata da parte la finzione (che è anche una distorta forma di auto protezione) l’essere umano appare tale e quale è stato creato dalla Natura.
Almeno questo è quello che mi è sembrato nei giorni seguenti al disastro che rase al suolo Messina e Reggio distruggendo anche altri paesi e villaggi della Sicilia e della Calabria.

Quella fatale notte
Posso riassumere come segue gli eventi di quella fatale notte nella piccola cittadina (Taormina, ndt) dove mi trovavo.
Alle 5,20, quando ancora il mattino era buio tranne che per il brillare di molte stelle in un cielo privo di nuvole, e quando i paesani stavano ancora dormendo stanchi per le baldorie del Natale, fui svegliato da un violento sollevamento della terra accompagnato da un cupo boato. Seguì uno scuotimento convulso, che mi fece capire cosa può provare un topo quando si trova nella bocca di un terrier. Mi domandai quanto ancora potesse seguitare a tremare la terra. La principale preoccupazione di quanti vivono in zone a rischio sismico è rivolta alla durata ed alla forza dello shock, ed al fatto se è più saggio mettersi in salvo all’esterno delle case. Mi sembrò che quel tremolio non finisse mai.
Durò mezzo minuto, anche se gli strumenti dell’Osservatorio di Messina registrarono per la scossa più forte una durata di trentacinque secondi. Altrove in Sicilia durò di meno. Dopo si avvertì il rovesciarsi di molta acqua. Era il rumore dell’avanzare e del ritirarsi delle onde del maremoto che aggiunsero altra devastazione a quella provocata dal terremoto.
Urla, gemiti, imprecazioni, grida disperate di terrore e appelli ai santi, accompagnati dal latrato dei cani, si levarono dal profondo e giunsero da tutti i quartieri della cittadina. La notte serena si trasformò all’improvviso in un indescrivibile caos. Come per magia le finestre si illuminarono per le lampade che venivano via via accese dalle persone che erano state svegliate. Il clamore continuava scossa dopo scossa.

Gli Studi Siciliani di Alexander Nelson Hood furono pubblicati a Londra nel 1915 dagli editori Allen e Unwin, destando immediatamente grandi consensi di pubblico. Nelson Hood costituisce l’ultima voce dei viaggiatori in Sicilia in lingua inglese insieme al francese Gaetan Combes de Lestrade che già a Donnafugata teneva copia del volume (di Nelson), nella migliore tradizione culturale del “Travel” di Patrich Brydone o del “Reisen” di Wolfang Ghoethe. Una lunga stagione, iniziata negli ultimi scorci del XVII secolo, creò la consistenza culturale e l’impegno del mondo europeo nei confronti della terra di Sicilia. (…)
Alec Nelson si avvalse per la conoscenza della terra di Sicilia di studi britannici e non, e per la questione del mondo classico si vantò giustamente di essere stato aiutato da Mr. Gilbert Murray che poi diventerà “regius professor” di letteratura greca a Oxford e maestro di Erich Dodds. I suoi discorsi sulla Sicilia non sono soltanto le impressioni di uno straniero su una regione lontana, ma il frutto di uno studio e di un amore particolarmente intenso. Non bisogna dimenticare che di parecchie vicende Alec fu protagonista, e non semplicemente conoscitore, come ad esempio il terremoto di Messina o la prima rappresentazione nel teatro greco di Siracusa di una tragedia nel 1914 ad opera del Conte Gargallo e dei suoi amici. Lo studio della nostra terra fu condotto in modo elegante e non trascurò alcun particolare, anzi profondendosi in ricerche precise come nel caso di Ragusa: non sono momenti letterari ma osservazioni sul preciso andamento della vita sociale e culturale anche nel suo hinterland, come gli spunti su Chiaramonte Gulfi. (…)
L’eleganza espositiva di Nelson, per molte descrizioni, quasi anticipa i tratti di D. H. Lawrence sulla rigogliosa e sognante natura siciliana in “Racconti italiani”. Non poteva essere diverso l’impatto su uno straniero che, per quanto abituato agli scenari siciliani ne subiva inesorabilmente il fascino, quasi un “mal di Sicilia”. Basta riprendere i tratti delle descrizioni di Ragusa in primavera, i tramonti sull’Etna, o la lussureggiante vegetazione nell’Epilogo per avere tutti gli elementi di valutazione al riguardo. (…)
Unitamente al gusto descrittivo Nelson ama osservare, da buon etnologo, gli atteggiamenti del popolo siciliano, senza esclusione di ceti, con occhio affettuoso e perfettamente indagatore che con notazioni scarne sa delineare vicende e caratteri. Riprendiamo ad esempio le note sugli sguardi delle fanciulle verso i ragazzi, o il cappotto che conobbe tempi migliori o i fenomeni di sciacallaggio dopo il terremoto di Messina. Tutto è sempre perfettamente in ordine, considerato con scrupolo e serietà, non indulgendo mai al tratto emotivo. (…)
Siamo sicuramente grati ad Alec Nelson Hood che con i suoi scritti, e mi piace ricordare il suo libro sulla Ducea di Bronte, ha lasciato un interessante quadro della nostra Sicilia che fortunatamente risente poco del volgere del tempo, nel senso che alcuni caratteri sono rimasti densi di una sicilianità inossidabile.
(Nota di Gaetano Cosentini, tratta da “Studi Siciliani” di Alexander Nelson Hood, Duca di Bronte, edito dal Rotary International, Distretto 2110 Sicilia e Malta, Club di Ragusa, 2007)

La gente sommariamente vestita si precipitava fuori delle case.
Il grido “San Pancrazio” si alzò, ed una fiumana di persone terrorizzate, lanterne in mano, si precipitò verso la chiesa del suo santo protettore sul fianco della collina fuori città.
Lì, riempiendo oltremodo la chiesa, si gettarono in ginocchio davanti l’effigie del santo, il cui aiuto erano venuti ad invocare. Sui loro volti ansiosi rischiarati dalla fievole luce di poche candele accese in fretta sull’altare, erano impressi umiltà e penitenza, lacrimevoli suppliche e paura disperata. Fuori, nel cortile ad arco, la gente anche in ginocchio invocava protezione, bisbigliando preghiere udibili accompagnate da singhiozzi.
L’oriente si arrossava sempre più con l’aurora. La terra ogni tanto sussultava. Più tardi, la maggior parte della popolazione, con in testa la banda del paese, si riversò in chiesa. Di comune accordo si decise che il Santo doveva essere portato in città affinché con la sua presenza assicurasse maggiore protezione. Intanto fu l’alba.
Tra il suono delle campane, urla della gente, e musica solenne, la grande statua raffigurante San Pancrazio fu condotta a spalla da volenterosi portatori fuori del santuario nel cortile antistante la chiesa, e poi su per il ripido sentiero verso l’ingresso ad arco della città.
La popolazione riempì le strade; gli esili balconi erano pericolosamente stipati; la banda suonava energicamente; e l’enorme processione, raccogliendo sempre più gente nel suo cammino, passò da un’estremità all’altra della città. Fu un momento d’esaltazione che durò per breve tempo.
Nello spazio ristretto tra due porte turrite, l’effigie del santo fu abbassata dalle spalle dei portatori e riposta a terra. I molti che avevano dato aiuto a portare la pesante reliquia, accaldati per lo sforzo, si asciugavano la fronte.
La piccola piazza era gremita di gente. Era difficile muoversi, tutti si diressero verso il santo, che riceveva l’omaggio dei fedeli seduto sul suo trono dorato e vestito da splendidi paramenti, portando in testa una mitra tempestata di gioielli e nella mano sinistra un pastorale mentre la mano destra era alzata in alto benedicente.
Ora che la musica e le grida d’entusiasmo si erano spenti, i volti della gente divennero di nuovo tristi e preoccupati. Il silenzio calò sulla folla. Il pericolo era stato così vicino e preoccupante che il terrore ritornava facilmente. Preti in “birretta” e “camicia”; vecchie con le facce segnate dal tempo; vecchi sorretti dai loro bastoni; donne e ragazze vestite con abiti colorati e con la testa coperta da appariscenti fazzoletti; uomini, giovanotti e ragazzi con nelle mani dei ceri, formavano quella straordinaria moltitudine. Tutti erano assorti, solenni e pallidi. Mormoravano preghiere ed invocazioni usando le mani in segno di supplica. Molti piangevano.
Era una strana ed impressionante folla, che aveva in comune un solo sentimento – quello di miserabile paura e preoccupazione. Le donne facevano il segno della croce. “Madonna mia” dicevano automaticamente, invocando a turno la Vergine e tutti i santi.
“Quando mai, quando mai”, si interrogava un vecchio piangente scuotendo il capo. Non aveva mai sentito un così terrificante terremoto, un così grande terrore, come questo.

La disgrazia sembrò accomunare la gente. Era una fratellanza di dolore.
Lo stare insieme era importante; la solitudine sarebbe stata insopportabile.
Comunicavano il loro dolore con gesti espressivi, com’erano soliti, senza parole. Le parole erano inadatte a rendere la profondità della loro disperazione.
Questo silenzio di gente per propria natura rumorosa ed allegra dava la dimensione della “immensa e misteriosa paura” che permeava tutte le menti. Le voci stridule delle donne erano rimaste soffocate. Monelli straccioni erano muti e vagavano a caso, avendo dimenticato i loro giochi e scherzi.

Persino i piagnucolosi mendicanti dimenticavano di chiedere l’elemosina – il denaro raccolto in quel giorno serviva per propiziarsi il santo, e non per loro. Un indefinito e grave senso di terrore aleggiava ovunque; si accresceva sempre di più con il trascorrere delle ore. Se avessero saputo del destino di Messina e della Calabria, con la perdita di parenti ed amici, pianti di lamento avrebbero rotto quel silenzio. Ma la terribile notizia doveva ancora giungere.
La processione riprese. Non appena il santo fu di nuovo issato sulle spalle di una cinquantina di portatori, e si dirigeva verso la sua dimora provvisoria nella Chiesa Madre, alte grida si levavano, suonavano le campane, gli uomini esultavano e i più forti si spingevano con determinazione in avanti per fare da scorta e guardia d’onore.
Il santo entrò nella grande chiesa dalla porta occidentale. L’edificio, nonostante il pericolo delle continue scosse sismiche, era gremito da un’estremità all’altra. I fedeli si alzarono mentre la processione entrava. Il sacro fardello fu deposto di fronte l’altare maggiore illuminato da molte candele. L’organo cominciò a suonare mentre la banda smetteva; ebbe inizio la funzione religiosa.

Uno shock forte ed improvviso
Tutto questo è il racconto di ciò che traspariva dell’effetto del terremoto nelle menti degli uomini. Ma a me sembrava che sotto l’apparenza ci fossero risvolti ancora più profondi. Certamente tutti quelli che avevano vissuto l’allarme del mattino erano stati sconvolti dallo shock forte ed improvviso.
Che effetto aveva avuto su di loro? Questo era quello che mi chiedevo osservando le facce dei fedeli rivolte in alto mentre ascoltavano rapiti la predica di un gentile e dotto giovane prete che parlava loro dal pulpito.
Che effetto aveva avuto su di lui? Credo che il sentimento predominante nel suo animo fosse la pietà – pietà per le anime attorno a lui così crudelmente straziate e oppresse dalla paura, gratitudine per la misericordiosa salvezza dal trascorso pericolo incombente di morte.
Ma questo fu un argomento non affrontato a fondo nella sua predica. Fedele alla sua vocazione ed alla sua istruzione, cercò piuttosto di inculcare nella gente l’insegnamento della Chiesa e la giusta osservanza dei suoi precetti.
Fu un riferirsi ai poveri ed agli umili. Indicando la sacra figura del santo davanti l’altare, disse loro con eloquenti parole che il disastro era il diretto castigo del cielo per le loro negligenze. Non poteva esserci alcun dubbio su questo.
Il giorno seguente, infatti, era riportato sul calendario come l’onomastico o “festa” del santo. Ma nessun preparativo era stato fatto in suo onore. Nonostante la città fosse ricca e prospera lo aveva dimenticato per molti anni. Il predicatore li accusò per la loro negligenza.
Li invitò a smetterla con questa loro noncuranza; con lo spergiurare; con il dire il falso; con il rubare, in modo da meritare la protezione del santo.
Finì proclamando una giornata solenne di festa, da tenersi non appena finiti quei turbolenti momenti come sicuro mezzo per garantirsi i favori del santo e placare la sua collera.
Era il momento adatto per questo argomento. Che quello che aveva detto non era stato accolto male fu reso evidente dall’entusiasmo con il quale anche il più povero pose la propria monetina nel sacco per la colletta che passava continuamente di mano in mano in chiesa per le spese della prossima festa.
Le parole produssero l’effetto voluto dal predicatore.

Rassicurati dalla protezione del santo, gli sguardi stravolti di apprensione, quegli sguardi con gli occhi sbarrati che avevo notato prima, si erano rasserenati. Il coraggio ritornò con i fragorosi “evviva” per il santo che risuonarono, su invito del predicatore, per tutta la chiesa.
In occasione di un disastro, i meridionali, che possono essere stati estranei o indifferenti alle pratiche religiose, diventano devotissimi. Durante l’epidemia di colera che devastò la Sicilia; quando molto recentemente il Vesuvio entrò in eruzione; ed adesso in occasione di questa ancora più grave calamità, le chiese furono, come lo sono ora, piene di fedeli, ritornati ancora una volta alla casa di Dio, in estasi di devozione e pentimento.

Più tardi, quando la chiesa si svuotò quasi completamente, vidi una donna molto anziana rimasta accanto al santo assiso sul suo trono. L’ho osservata. Non poteva avere avuto alcunché da perdere con il terremoto, poiché probabilmente non possedeva nulla se non i pochi stracci che la coprivano ed il bastone sul quale si appoggiava pesantemente.
Ma le sue lacrime ed i suoi singhiozzi, ed i baci ardenti che imprimeva sulle pantofole dorate del santo, avrebbero potuto fare pensare al terrore per la perdita di inestimabili tesori. Era impaurita per il fatto che il suo amato “paese” potesse andare distrutto? Che le potessero essere negati i pochi anni di sofferenza che le restavano? O era assalita dalla paura per l’ignoto e lo spaventoso? Io penso si trattasse di quest’ultimo timore. Ma qualunque cosa era, solo questa donna fra i molti fedeli della mattina era rimasta in preghiera ai piedi di chi dalla sua infanzia aveva imparato a riconoscere come il suo intercessore per protezione e come patrocinatore di grazie divine in questo e nell’altro mondo.
Un altra persona attirò la mia attenzione, e era anche lei una donna. Sedeva immobile e muta su una panca. I suoi occhi, sbarrati ed inespressivi come quelli di una morta, erano rivolti al volto del santo. Una paura intensa aveva allontanato da lei ogni visibile senso di allarme e quasi ogni segno di vita.
La paura, infatti, regnava sovrana ovunque, e aumentava man mano che si veniva a conoscere la gravità del disastro. Si manifestava in modo differente da individuo ad individuo. In generale prese forme egoistiche.
Un uomo pianse nel conoscere la completa distruzione di Messina. Il suo principale lamento era la lagnanza che Dio aveva tolto alla terra quella pace e quel benessere nei quali egli si era grandemente deliziato. Un altro, un funzionario pubblico, rifiutò di espletare i suoi doveri perché alcune sue lontane proprietà erano state lievemente danneggiate. Così assoluto era lo scoramento che nessuna attività fu intrapresa per una settimana dopo il sisma, anche se nessun danno era avvenuto in città. La sola grande violenza dello shock del terremoto aveva diffuso il panico. Gruppi di indolenti, parlando a bassa voce, giravano per le strade. Erano lì da tutto il giorno. Sarebbero stati lì tutta la notte. Pochi avrebbero affrontato il rischio di dormire sotto un tetto. Circolarono molte leggende sulla premonizione e l’avvertimento del disastro. Furono ricordate le predizioni di indovine. Si raccontarono sottovoce apparizioni premonitrici. “I fuochi della morte hanno danzato nella notte”- il “fatuus ignis” era stato visto la sera prima. Si era librato sul mare, sul quale era rimasto a lungo in sospensione come un lungo vapore incandescente dalla forma di serpente, misterioso e sinistro. Si era alzato sino alle colline per poi giungere vicino al piccolo cimitero della città, dove, fermandosi un poco, era scomparso, per non essere più visto (curioso fenomeno di origine elettrica, visto da un amico, che poi me lo riferì).