Cento Anni Dopo

Reggio e Messina: un territorio ad alto rischio sismico

di Giuseppe Cantarella - Per spiegare l’origine dei terremoti è stato definito, a partire dagli anni Sessanta, un modello denominato tettonica delle placche. La Terra risulta costituita da tre parti: la crosta, di spessore variabile fra i 7 – 10 Km, in corrispondenza delle maggiori catene montuose; il mantello, che si estende fino ad una profondità di circa 2.900 km ed è separato dalla crosta della superficie di discontinuità di Mohorovicic; il nucleo, separato dal mantello dalla linea di discontinuità di Gutenberg. La parte piu’ esterna della Terra prende il nome di litosfera: essa è costituita dalla crosta e dalla parte piu’ superficiale del mantello, ed assume un comportamento rigido, a differenza della parte sottostante che manifesta un comportamento plastico e che viene, perciò, denominata astenosfera. La Litosfera è fratturata in una dozzina, o forse piu’, di pezzi detti, appunto, placche in continuo movimento relativo fra di loro: si ritine che il magma di cui è costituito il mantello sottostante sia sottoposto a dei moti convettivi dall’alto verso il basso e viceversa , capaci di generare lo spostamento delle placche soprastanti. Un terremoto è un vibrazione della crosta terrestre dovuta al passaggio dell’energia che si è liberata da una zona di contatto fra le due placche. Nei punti di contatto fra due zolle, a causa dei movimenti a cui queste sono sottoposte si accumulano forze cui le rocce che compongono la litosfera resistono entro certi limiti. Quando questi limiti vengono superati, l’energia accumulata si libera provocando il terremoto. Il punto all’interno della Terra da cui si libera l’energia si chiama ipocentro, mentre la proiezione verticale sulla superficie terrestre di questo punto si chiama epicentro. Per decenni si è usato classificare i terremoti in base agli effetti che questi provocano, con la celebre scala Mercalli; piu’ recentemente Richter ha introdotto un’unità di misura dell’energia liberata da un terremoto, la magnitudo.
Dopo questa premessa di carattere scientifico, cerchiamo di affrontare in maniera corretta lo studio riguardo l’origine del rischio sismico che caratterizza l’area dello Stretto di Messina. Come si può osservare dalla fig. 1, l’area dello Stretto di Messina si trova al confine fra la placca africana e quella eurasiatica. Sulla base di quanto scritto prima, ossia che le placche sono in continuo moviemnto fra di loro, si registra una spinta proveniente dalla placca africana contro quella eurasiatica. Quindi possiamo affermare, almeno in una prima approssimazione, che la sismicità dell’area dello Stretto di Messina è da mettere in relazione a queste forze che si accumulano al confine fra queste due placche. La Sicilia sud – orientale (l’Avampaese ibleo) appartiene alla placca africana, e la sua direzione di spostamento è verso Nord – Nord – Ovest, mentre la Calabria appartiene alla placca eurasiatica , come si vede chiaramente dalla fig. 4. Il disastroso terremoto del 28 dicembre 1908, ora 04.20 GMT, che colpì l’area dello Stretto di Messina, fu uno dei piu’ forti terremoti avvenuti in Italia durante tempi storici e causò circa 120.000 morti anche per l’insorgenza di forti onde di maremoto che raggiunsero una altezza di 12 metri. Le registrazioni strumentali permisero di assegnare una magnitudo di Ms=7,5 per la scossa principale e di localizzare l’evento in mare tra le città di Messina e di Reggio Calabria. Subito dopo vennero eseguiti macrosismici che permisero di assegnare alla scossa principale un’intensità di XI grado sulla scala Mercalli.
Il sisma ondulatorio, sussultorio e vorticoso, ebbe esiti di distruzione e morte in tutta l’area geografica dello Stretto e fu considerato a tutti gli effetti "catastrofico" dagli scienziati di tutto il mondo. La scossa più violenta, durata 36 secondi, rase al suolo le città di Messina e di Reggio Calabria e tutti i centri minori, da Palmi a Melito Porto Salvo, sulla costa calabrese e da Punta Faro a Taormina su quella sicula.
Ad aggravare la già devastante situazione si aggiunse un altro fenomeno naturale, il maremoto, che ebbe una violenza tale da causare un numero di morti addirittura superiore a quello prodotto dal sisma, rase al suolo fabbricati, inabissò la banchina del porto di Reggio, aprì fenditure larghe e profonde dai 7 agli 8 metri di lunghezza nelle zone più colpite, abbassò il livello della spiaggia su tutto il litorale, fino a farlo addirittura sparire in alcuni tratti.
Vi furono tre ondate colossali, la più alta delle quali dell’altezza di 20-30 metri, i cui effetti si propagarono, si apure in modo lieve, dalle spiagge di Siracusa fino a Palermo.
Il maremoto ebbe la maggiore violenza a Pellaro, dove la costa arretrò di 70 metri, a Gallico dove la spiaggia perse 10m di larghezza, a Cannitello dove le ondate, la maggior parte dell’altezza di 6-10 metri, fecero scomparire i fabbricati, inabbissando persino le macerie degli edifici distrutti dal terremoto e inghiottendo i superstiti che cercavano la salvezza lungo il litorale.
Furono addirittura trovati alcuni cadaveri reggini sulla spiaggia di Siracusa, trasportati dalle onde anomale.
I superstiti dichiararono che il sisma iniziò con un rombo tremendo come di mille cannoni che sparassero contemporaneamente e che ad una forte scossa in senso sussultorio, dopo breve intervallo (circa 10 secondi) ne seguì un’altra ancora più forte in senso ondulatorio e che al termine di quest’ultima ne seguì un’altra in senso vorticoso, la più lunga e la più disastrosa, che portò quasi al completo crollo di tutti gli edifici. Gli oggetti rimasti intatti furono trovati spostati di alcuni gradi su ses stessi.
Il 10° della scala Mercalli era allora considerato il massimo dell’intensità che può raggiungere un sisma. Dopo quest’evento il prof. Mercalli, docente di scienze naturali e geografia presso il Regio liceo-ginnasio "T. Campanella" di Reggio Calabria, portò da 10 a 12 i gradi della sua classificazione sismic, definendo il 12° "catastrofico".
Venne classificato anche il "moto vorticoso, che si genera quando la componente orizzontale (scossa ondulatoria) si incontra con la componente veticale (scossa sussultoria); la somma delle due direzioni, l’orizzontale con la verticale, provoca un movimento "vorticoso" che fa crollare tutto ciò che incontra su tutta l’area epicentrale.
Sebbene misure geodetiche volte allo studio di movimenti crostali non venissero sistematicamente eseguite in Italia in quegli anni, una linea di livellazione venne eseguita da parte dell’Istituto Geografico Militare Italiano poco prima del terremoto. Poco dopo l’evento sismico tale linea venne misurata nuovamente permettendo di rivelare una considerevole subsidenza cosismica da entrambi i lati dello Stretto (fino a -70 cm a Messina e - 50 cm a Reggio Calabria). Studi successivi evidenziarono come il terremoto fosse caratterizzato da un movimento distensivo interpretabile per mezzo di una faglia normale o di un sistema a doppia faglia con andamento cira nord-sud, posta al di sotto dello Stretto.
Ora, a distanza di cento anni dal terribile terremoto che il 28 dicembre del 1908 distrusse Reggio Calabria, Messina ed i centri limitrofi, il ricordo dell’evento suscita ancora forti sentimenti. Cerchiamo di farci un’idea di cosa possa provare in quegli interminabili secondi, ci sforziamo di immaginare quale fosse l’aspetto della nostra città prima dell’evento sismico e come si potesse presentare quell’ammasso di macerie agli occhi dei primi soccorritori. Cosa provassero i sopravvissuti e quale terribile ricordo sia potuto rimanere nella loro mente. domande che si ripropongono oggi, a distanza di cento anni da quel tragico giorno, dall’alba fatidica che provocò decine di migliaia di morti. Si avverte la compresibile paura che l’evento possa riproporsi; si manifesta curiosità riguardo alla natura degli eventi sismici e sulle eventuali relazioni con i vulcani vicini, anche in considerazione di un eventuale rischio tsunami; ci si domanda come compontarsi in caso di una scossa. Ma la domanda più importante, secondo noi sulla quale si dovrebbe iniziare un approfondito dibattito, è quella rigurdante le condizioni complessive dello stato della prevenzione dei danni. In altre parole: a Reggio Calabria siamo attrezzati adeguatamente per fronteggiare un eventuale catastrofe di pari proporzioni? Quali consegiuenze provocherebbe oggi un terremoto di ugulae intensità se (Dio non voglia!) dovesse verificarsi? La prima considerazione da fare rigurda il rischio. Il rischio sismico è funzione dei seguenti tre fattori: Pericolosità, Vulnerabilità ed Esposizione.
R=f (P, V, E)
La pericolosità sismica di un’area è la probabilità che, in un certo intervallo di tempo, essa sia interessata da forti terremoti che possono produrre danni.
La vulnerabilità di una struttura è la sua tendenza a subire un danno in seguito a un terremoto.
L’esposizione si esamina in due momenti: Prima dell’evento: Quantiotà e qualità dei beni esposti. Dopo l’evento : L’esposizione esprime il valore delle perdite causate dal terremoto: economiche, artistiche, culturali, morti, feriti e senzatetto.
Riguardo al primo punto, ossia la pericolosità sismica, non c’è dubbio che la probabilità che l’area dello Stretto di Messina possa esserre interessata da un evento sismico di grande energia è molto elevata. In questi ultimi anni lo sforzo dei ricercatori, in particolare negli Stati Uniti d’America ed in Giappone, due nazioni anch’esse con un elevato rischio sismico, si è rivolto verso lo studio dei c.d. fenomeni precursori, alla ricerca, cioè, di alcuni segnali che possano fare prevedere un terremoto. Vengono utilizzati, allo scopo, sofisticati sistemi che analizzano il comportamento delle rocce su modelli realizzati in laboratorio; interessante appare, inoltre, lo studio della concentrazione di un elemento chimico gassoso e radioattivo, il radon, del quale si osserva un brusco aumento della concentrazione nelle acque di falda in occasione di scossa sismiche. Viene considerata, inoltre, ma in termini complementari agli altri criteri, una sorta di previsione statistica, in base alla quale si tiene conto della storia sismica di una determinata area. Da citare, per ultimo, i c. d. precursori biologici, ossia l’inquietudine degli animali negli attimi precedenti una scossa, fenomeno più volte osservato ma abbastanza misterioso (A proposito di quest’utltimo aspetto, chissà che hli animali non riescano ad apprezzare l’aumento della concentrazione del radon, dal momento che si tratta di un gas radioattivo che emnana, dunque, radiazioni; oppure potrebbero percepire ultrasuoni che potrebbero sprigionarsi dall’epicentro in conseguenza delle immani forze cui sono sottoposte le rocce. ma si tratta solo di un ipotesi). Nel caso dell’area dello Stretto di Messina, infine, non sembra esseerci relazione diretta fra la sismicità dell’area stessa ed i fenomeni vulcanici che si manifestano nelle zone circostanti, ed intendiamo riferci ad Etna ed ai vulcani delle Eolie, Vulcano, Lipari e Stromboli.
Sulla vulnerabilità c’è da essere abbastanza ottimisti: le norme edilizie atisismiche vigenti, unitamente ai progressi realizzati nel campo della Scienza delle Costruzioni, hanno portato alla realizzazione di edifici in cemento armato con struttura "a gabbia", ossia con travi e pilastri solidamente incastrati fra di loro sì da formare una sorta di gabbia che oscilla sotto l’azione delle onde sismiche, che smorzando cosi l’inerzia e riducendo il rischio di crolli. L’enorme distruzione determinata dal terremoto del 28 dicembre 1908 è certamente avvenuta a causa dei sistemi costruttivi allora in uso, quei sistemi che osserviamo ancora oggi in certe case diroccate di campagna: muratura in pietrame, spesso senza listatura, lagata con malta di scadente qualità; muri divisori spesso realizzati con canne rivestite di intonaco, una tecnica questa che determina anche una grande culnerabilità al fuoco. A Reggio Calabria e Messina, inoltre, sui molti edifici costruiti con questi sistemi che potremmo denominare primordiali, erano state realizzate sopraelevazioni per recuperare stanze in più, col risultato di realizzare strutture con baricentro più alto e, dunque, più, fragili. Oggi questo problema non si verifica più, dal momento che le norme antisismiche fissano dei limit anche in altezza degli edifici: Per quanto riguarda, infine, l’esposizione, bisogna osservare che la quantità e la qualità dei beni esposti è notevole, per cui anche da questo punto di vista il rischio è elevatissimo. L’area dello Stretto di Messina è un’area ad elevata densità abitativa: tra Reggio Calabria, Messina, Villa San Giovanni e centri minori siamo intorno a 400.000 abitanti. Anche l’organizzazione del territorio mostra una fitta rete di vie di comunicazione- un aeroporto, ferrovie, strade ed autostrade con viadotti, strutture portuali per la navigazione civile e commerciale- per cui il valore complessivo dei beni esposti a rischio distruttivo è notevole. C’è da tenere conto, però, di quanto detto prima riguardo alla vulnerabilità, ossia considerare che tutte le costruzioni esistenti nell’area in questione sono state realizzate con rigorosi criteri antisismici, per cui c’è da aspettarsi un’attenuazione dell’incidenza dannosa di un eventuale terremoto. Ci permettiamo, semmai, di manifestare qualche riserva sulla rete di distribuzione del gas metano esistente nell’area, che potrebbe essere fonte di incendi ed esplosioni in caso di rottura violenta delle tubature. Sull’esposizione dopo l’evento, grandissima importanza riveste la prevenzione. Riguardo questo aspetto, bisogna porre l’attenzione su diversi livelli. A livello istituzionale, bisogna ricordarsi che la prima autorità responsabile dell’organizzazione della protezione civile a livello periferico è il Sindaco di ogni Comune. Troppo spesso si fa confusione e si pensa che siano quegli uomini in tuta arancione che arrivano con gli elicotteri ad avere la bacchetta magica. Spetta, invece, al Sindaco di ogni Comune il coordinamento di tutte le attività connesse alla protezione del territorio in occasione di calamità naturali quali terremoti, frane, incendi, e quant’altro.
A Reggio Calabria, inoltre, esiste un Osservatorio Geofisico e Meteorologico che, in questi ultimi anni, ha stipulato una convenzione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma, realizzando altresì una rete locale di osservazione che consta di tre stazioni di rilevazione, ubicate nella zone di Samo, Motta San Giovanni e Scilla, e collegate con la sede centrale in tempo reale. A livello individuale, invece, è quanto mai necessario realizzare una capillare campagna d’informazione, a cominciare dalle scuole primarie, per far conoscere ai cittadini le più elementari norme di comportamento da tenere in caso in caso di terremoto. Comportamenti corretti sono idonei a ridurre di molto il numero di vittime.

(foto: Corso Garibaldi - dalla collezione privata di Natale Curtupi)