Cento Anni Dopo

Messina, nel terremoto il mistero del Dna

Un vero e proprio terremoto genetico. Perché se l’ipotesi sarà comprovata, si tratterà di una rivoluzione copernicana delle teorie sul Dna. Ma intanto c’è il primo dato di fatto sul quale la scienza si vuole interrogare: che origine ha quella mutazione nel Dna degli abitanti dell’area dello Stretto di Messina, scoperta da due ricercatori della Banca del cordone ombelicale di Sciacca, l’ematologo Calogero Ciaccio e la biologa Michela Gesù. Un quesito che ha suscitato l’interesse del paletnologo Maurizio Tosi, ordinario dell’Università di Bologna, che nel progetto di ricerca ha coinvolto anche l’università La Sapienza e il Museo nazionale preistorico di Roma. Per capirci di più, gli studiosi chiedono di analizzare il Dna di almeno 250 delle 95 mila vittime del disastroso terremoto che nel 1908 rase al suolo Messina e Reggio Calabria. Perché lì, e nelle altre numerose scosse telluriche che nei secoli hanno sconvolto lo Stretto, potrebbe essere racchiusa la chiave di tutto.

Escluse, con l’ausilio degli storici, tutte le ipotesi legate all’immigrazione o al movimento delle popolazioni, la tesi avanzata dai ricercatori di Sciacca presuppone che a modificare la distribuzione di una componente del Dna (l’allele Dr11) dei siciliani e dei calabresi potrebbe essere stato il radon, un gas dell’uranio presente in alcune rocce che viene emesso dal sottosuolo prima e durante le scosse sismiche.

Legame, quello tra radon e terremoti, considerato attendibile al punto che tra Italia e Stati Uniti è in corso uno studio per creare degli "avvisatori sismici" basati sulla rilevazione dei picchi di gas radioattivo che precedono le scosse. A riprova di ciò, anche l’elevatissima concentrazione del radon presente nello Stretto, area che nei secoli è stata devastata dai terremoti: ben 24 mila bq (l’unità di misura della radioattività che ha sostituito il curie nel sistema internazionale) per metro cubo, contro gli appena 400 bq rilevati a Trapani o a Catanzaro, secondo quanto comunicato ai ricercatori dall’Istituto di geofisica e vulcanologia.

E dato che la mutazione del Dna si presenta "graduale e ordinata" a partire proprio dall’area dello Stretto, secondo gli studiosi non si può attribuire a "fluttuazioni casuali o a deriva genetica". Da qui l’idea di confrontare il Dna con quello di chi abitava nella zona prima della micidiale scossa di magnitudo 7,2 che all’alba del 28 dicembre 1908 rase al suolo Messina e Reggio Calabria. Scossa accompagnata, con tutta probabilità, da una altrettanto potente emissione di radon.

È un’ipotesi che, se accertata, avvalorerebbe le tesi "creazioniste", secondo cui l’ambiente può incidere sulle modifiche genetiche. Tesi finora rigettate dalla gran parte della scienza ufficiale. Ma nessuno dei ricercatori vuole aprire dibattiti di merito: "Non abbiamo il dovere di dare risposte - spiega il paletnologo Maurizio Tosi, laico e darwinista - ma di farci domande. C’è un dato di fatto che dobbiamo verificare, al di là delle teorie, riesumando un numero sufficiente di cadaveri di vittime del terremoto e analizzandone il Dna. Altri prelievi saranno compiuti sugli emigrati. Vedremo così se la mutazione c’era o meno prima di quell’evento. La questione, posta in questi termini, ha interessato studiosi eminenti che collaboreranno al progetto, come Alfredo Coppa, ordinario di antropologia alla Sapienza, e Luca Bondioli, responsabile del laboratorio di Antropologia fisica del Museo nazionale preistorico di Roma".

L’équipe di scienziati ha già formalizzato la richiesta di esumazione delle salme al sindaco di Messina, Francantonio Genovese. Che si dice pronto a fare la sua parte: "Sarebbe un fatto straordinario - assicura - e saremo lieti di offrire alla ricerca tutta la collaborazione". E chissà se di quei 95 mila morti, la scienza trasformerà radicalmente la condizione di vittime inutili della malasorte.

(foto: particolare Reggio - dalla collezione privata di Natale Cutrupi)