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Gli Enti nati dal terremoto del 1908

di Michele Salazar - Il 28 dicembre 1908, alle 5,21,42 del mattino, un apocalittico terremoto di altissima intensità rase al suolo le città di Reggio Calabria e di Messina, seminando, anche a causa di un concomitante maremoto, morte e distruzione, così descritte nelle palpitanti pagine di Massimo Gor’kij:
“Alle 5,20 la terra sussultò; il suo primo spasimo durò quasi dieci secondi; i crepitii e i cigolii degli infissi e delle porte, il tintinnio dei vetri, il fracasso delle scale che crollavano, spezarono il sonno; la gente balzò in piedi, percependo con tutto il corpo le scosse sismiche, delle quali subito si perdeva coscienza, l’intelletto annichilito da una paura selvaggia”…”la terra rombava e gemeva sordamente, si curvava e ondeggiava sotto i piedi, creando profondi crepacci; come se nelle profondità si fosse destato e si agitasse un enorme verme da secoli dormiente che, cieco, strisciando nell’oscurità, flettesse i suoi muscoli, lacerando la crosta terrestre, facendo precipitare gli edifici su uomini e animali”….”si alza in cielo un’onda di altezza smisurata e, avvolta in una bianca schiuma, si piega, si frantuma e precipita sulla riva avvolgendo col suo terribile peso, cadaveri, edifici e macerie, schiacciando, annegando e, senza fermarsi sulla riva, dilaga e trascina con sé tutto ciò che afferra: barche, porte, monbili, donne, bambini, preti, oeprai, soldati, studenti e , finalmente ritirandosi risucchia tutto verso il mare, lanciadolo sugli scogli, uccidendo chi è ancora vivo”.
Parole di intensità drammaticità che danno tuttavia solo una pallida idea dell’immane catastrofe che colpì le due sventurate città dlelo Stretto. Gli storici e i cronisti che si sono occupati di detto evento sono concordi nel ritenere che i soccorsi ai sopravvissuti furono tardivi, lenti, insufficienti e disorganici. Mancava all’epoca un sistema di protezione civile, ancorché un altro terremoto abbattutosi sulla Calabria soltanto tre anni prima (1905) avesse segnalato ai pubblici poteri l’esigenza di predisporre apposite strutture di intervento per l’eventualità – disgraziatamente verificatasi – di reiterazione del sisma, in una zona ad altissimo rischio geologico. L’unico interventoi – tra i due terremoti – è consistito nell’emnazione del Decreto reale 16 settembre 1906, n. 511, avente ad oggetto: “Norme per la costruzione ed il restauro degli edifizi danneggiati dal terremoto nelle province Calabresi ed in quelle di Messina”, nel quale si danno disposizioni, spesso ovvie, ancorché cariche di buon senso, come ad es. l’art3 in cui si raccomanda: “i lavori di nuova costruzione e di ricostruzione dei fabbricati saranno eseguiti con le migliori regole d’arte, con buoni materiali e con accurata messa in opera”. Dovettero passare più di ottant’anni perché l’Italia si munisse di una legge sulla protezione civile (L. febbraio 1992, n.225): un ritardo che non trova attenuanti sol che si pensi che nel corso di quel lungo arco temporale calamità naturali di ogni genere – succedutesi nel tempo – avevano pesantemente afflitto il nostro Paese. In questo quadro di totaler impreparazione del Governo a fronteggiare le conseguenze del terremoto del 1908 va letto il T.U. delle leggi che disciplinano la ricostruzione delle due città, approvato con Decreto Luogotenenziale 18 agosto 1917, n. 1399, e cioè 10 anni dopo il terribile evento, per mettere ordine nella congerie di leggi che, a piccole dosi e senza alcuna visione d’insieme, erano state via via emnate in quegli anni. va tuttavia dato atto, oggi, a cento anni dal sisma, che il T.U. del 1917 rappresenta un documento, tutto sommato, accettabile per avere, per la prima volta, dato un assetto unitario alla legislazione dell’emergenza, che in virtù di detta sistemazione, avrebbe potuto rappresentare un modello utilizzabile per la disciplina di situazioni analoghe, pur avendo ad oggetto, in modo mirato, la ricostruzione delle città di Reggio Calabria e di Messina, che esso T.U., sotto tale limitato aspetto, aveva la pretesa di conturbare per legge, accomunandole in un unico testo normativo. Non è questa la sede per l’esame di detto T.U.. Esso è oggetto di separato studio, che assieme a vari contributi, dovrà confluire in apposito volume, al quale dunque si rinvia. In questa sede l’attenzione va fermata su un aspetto particolare, vale a dire sugli enti nati in riva allo Stretto dalla suddetta legislazione, l’Unione Edilizia Nazionale, sede di Messina, e l’Ente Edilizio di Reggio Calabria, operanti rispettivamente a Messina e a Reggio Calabria, e sugli enti, istituiti in Roma, il Consorzio per la concessione di mutui (con agenzie in Messina e Reggio Calabria) e il Patronato “Regina Elena”. L’Unione Edilizia Nazionale (art. 336 T.U.) aveva il compito di provvedere, per Messina, alle costruzioni, ricostruzioni o riparazioni di edifici sulle aree ad essa passate o su quelle da acquistare od espropriare, ai sensi di legge, nell’ambito del piano regolatore di Messina e nelle zone laterali. Doveva provvedere, inoltre, con azienda separata, alla costruzione delle case degli impiegati dello Stato e delle case economiche, alla gestione delle case stesse, nonché, per conto del Comune di Messina e avvalendosi dell’opera dell’Ufficio del Piano regolatore, alla compilazione del piano della zona industriale della città, all’espropriazione, alla sistemazione e alle concessioni o vendite dei terreni ivi compresi.
L’Ente edilizio di Reggio Calabria, istituito con R.D. 7 giugno 1914, n. 700, aveva il fine di provvedere alla costruzione delle case economiche ed alla gestione delle case e dei beni dle patrimonio dell’Ente con tutti i diritti spettanti al Comune. Il patrimonio era costituito:
1 dalle aree, dalle baracche, dai padiglioni ad uso alloggio degli impiegati civili dello Statoi, esclusi quelli dipendenti dall’Amministrazione ferroviaria;
2 - dalle case degli impiegati dello Stato costruite e da costruirsi in Reggio Calabria;
3 - dalle case economiche costruite o da costruirsi in Reggio Calabria.
Il bilancio dell’Ente era approvato dal Ministero del Tesoro, sentiti i Ministeri dell’Interno e dei Lavori Pubblici. Gli utili netti e ogni altro provento derivato dalla vendita dei beni patrimoniali erano devoluti all’incremento del patrimonio.
L’Ente era autorizzato a fare operazioni di credito anche mediante cessione dell’ipoteca sulle case economiche. Esso era amministrato da un Consiglio di Amministrazione ai cui componenti era imposto l’obbligo di risiedere a Reggio Calabria. Lew relative deliberazioni costituivano provvedimenti definiti impugnabili solo con ricorso straordinario al Re. I due suddetti enti non sono da tempo operativi, essendo stati successivamente soppressi con conseguente trasferimento del loro patrimonio ai Comuni interessati che hanno provveduto nel tempo a dimetterlo alienandolo ai privati.
Non è agevole individuare la ratio della loro differente struttura e denominazione, specie ove si consideri che il compito fondamentale – comune ad entrambi – era quello di costruire e gestire gli alloggi per gli impiegati dello Stato e le case popolari.
Per le riparazioni, ricostruzioni e nuove costruzioni rese necessarie dal terremoto l’art. 266 del T.U. prevedeva la concessione di mutui di favore da parte di alcuni istituti bancari (Istituto Vittorio Emanuele, Casse di Risparmio, Istituti di credito fondiario, istituti ordinari e cooperative di credito) e di un istituto di nuova formazione, il “Consorzio per la concessione dei mutui”. Trattatasi di un Consorzio autonomo costituito dai seguenti istituti: la Banca d’Italia, i Banchi di Napoli e Sicilia, l’Istituto Italiano di Credito Fondiario, l’Istituto delle Opere Pie di San Paolo di Torino, la Cassa di risparmio di Verona, di Torino, di Palermo, di Roma, di Bologna, di Cosenza, il Monte dei Paschi di Siena e la Società delle Assicurazioni Generali di Venezia. Il Consorzio assunse il titolo di “Consorzio per la concessione dei mutui ai danneggiati del terremoto del 28 dicembre 1908” ed il suo statuto, deliberato dal Consiglio di Amministrazione, venne approvato con decreto Reale promosso dia MInistrri di Agricoltura, Industria e Commercio e del Tesoro.Il capitale iniziale del Consorzio, di lire 20 milioni, fu conferito dalla Banca d’Italia per £. 3.000.000, dal Banco di Napoli per £. 3.000.000, dal Banco di Sicilia per £. 1.000.000, dall’Istituto Italiano di Credito Fondiario per £. 1.500.000, dall’Istituto Italiano di Credito Fondiario per £. 1.500.000, dall’Istituto delle Opere Pie di San Paolo di Torino per £. 500.000, dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde in Milano per £. 3.500.000, dalla Cassa di Risparmio di Verona per £. 2.000.000, dalla Cassa di Risparmio di Torino per £. 1.000.000, dalla Cassa di Risparmio di Palermo per £. 1.000.000, dalla Cassa di Risparmio di Roma per £. 1.000.000, dalla Cassa di Risparmio di Bologna per £. 500.000, dalla Cassa di Risparmio di Cosenza per £. 500,000, dal Monte dei Paschi di Siena per £. 1.000.000 e dalla Società delle Assicurazioni Generali di Venezia per £. 500.000. Del Consorzio potevano far parte anche altri Istituti di Credito e di Previdenza, purchè la loro compartecipazione al capiate consorziale non fosse inferiore a £. 100.000; e le nuove compartecipazioni andassero in aumento del capitale iniziale di £. 20.000.000.
La responsabilità degli Istituti costituenti il Consorzio era limitata alla somma da ciascuno di essi conferita: nessun’altra responsabilità incombeva loro. Il Consorzio era amministrato da un Consiglio di Amministrazione, composto da due delegati per ciascuno degli Istituti consorziati che contribuivano per almeno un milione di lire nella formazione del capitale, e di un delegato per ciascuno degli altri Istituti che contribuivano per almeno 500 mila lire. Il Consiglio era presieduto dal Presidente dell’Istituto Italiano fondiario ed eleggeva annualmente fra i suoi componenti un vice – presidente e un segretario. I consiglieri potevano essere scelti anche fra il personale superiore degli istituti consorziati e duravano in carica tre anni, e potevano essere confermati. La gestione degli uffici del Consorzio fu assunta dall’Istituto Italiano di Credito fondiario, il quale si avvalse principalmente dell’opera del proprio personale tecnico, legale e amministrativo. La Direzione Generale avvenne affidata al Direttore Generale del detto Istituto. Il Consorzio stabilì la sua sede in Roma, presso la sede dell’Istituto Italiano di Credito fondiario. Le succursali della banca d’Italia di Messina e Reggio Calabria divennero agenzie del Consorzio. Il Consorzio era sottoposto alla vigilanza dei Ministeri dell’Industria, Commercio e Lavoro e del Tesoro. Completa il quadro degli enti nati dal terremoto l’Opera nazionale di patronato “Regina Elena”, istituita in Roma ed eretta in corpo morale, con filiali e sotto – comitati nelle varie province del Regno, ove se ne fosse constatata l’opportunità, con la finalità di raccogliere gli orfani e i minorenni rimasti abbandonati dopo il terremoto per sovvenirli, educarli, sorvegliarli ed esercitare la tutela legale fino alla maggiore età. Il problema degli orfani si era infatti presentato subito in tutta la sua estensione e drammaticità. A chi gli orfani? Si domanda significativamente Giorgio Boatti nel cap. XVII del suo volume La terra trema, cit, p.237 ss.,per sottolineare la gravità del problema degli orfani che il terremoto aveva tragicamente posto all’attenzione delle pubbliche e private istituzioni. Un problema di particolare rilievo, da risolvere con urgenza sia per evitare la dispersione dei figli delle vittime del disastro sia per impedire che persone in malafede potessero approfittare delle disgrazie altrui. L’Opera, il cui patrimonio era costituito da contributi di sotto – scrittori, dall’assegnazione di fondi raccolti dalla pubblica carità e dall’eventuale concorso dello Stato nonché da lasciti e sovvenzioni di opere pie, di altri istituti e di privati, era amministrata da un Consiglio formato da componenti il Comitato di vigilanza e di dodici membri, di cui la metà donne, eletti dai sottoscrittori delle quote decennali e dagli oblatori di somme non inferiori a lire mille. La partecipazione delle donne nel Comitato di vigilanza e nei Sottocomitati era espressamente prevista dal T.U in un apposito articolo (il 420) nel quale si precisa che esse possono altresì far parte dei Consigli di famiglia e di tutela sui minorenni abbandonati, con l’ulteriore precisazione che “se sono maritate, non occorre l’autorizzazione maritale”.
Consapevole della gravità ed urgenza del problema degli orfani Don Luigi Orione con energia, impegno e passione si fece carico di affrontarlo e di avviarlo a soluzione dapprima con iniziative di grandissima rilevanza per impedire il monopolio degli interventi del suddetto Patronato in un settore così delicato e poi con opere di assistenza all’infanzia, anch’esse, dunque, a pieno titolo da annoverare tra le istituzioni nate dal terremoto.