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Le donne e la memoria: l’evento sismico

di Daniela De Blasio e Gaetanina Sicari Ruffo - da "Le donne e la memoria" - Fragile ed articolata nella sua struttura geologica, la Calabria aveva già subito nel 1783 un disastroso evento sismico che aveva cancellato numerosi paesi dell’entroterra e della costa tirrenica, in corrispondenza della piana di Gioia Tauro, quando nella notte dell’8 settembre 1905 un altro violento terremoto colpì ben 327 paesi delle tre province calabresi, determinando distruzione e morte soprattutto intorno a Monteleone, oggi Vibo Valentia. Particolarmente critiche risultarono le condizioni di Nicastro, Nicotera, Mileto, Paola, Monteleone, Pizzo Troppa, Amantea, Briatico, Parghelia, Limbadi, Rombiolo, Serrastretta, S. Onofrio, Vena, Filandari, Triparti, Maierato, Martirano, Stefanaconi, Piscopio.
Olindo Malagodi, inviato della Tribuna, nel dare la luttuosa notizia ai lettori, scriveva: “Monteleone è come la capitale di un paese di desolazione”.
I morti furono 557, di cui uno in provincia di Reggio Calabria, a Giffone, 491 in quella di Catanzaro e 46 in provincia di Cosenza, 2600 feriti. Nella città di Reggio il sisma durò ventotto secondi, suscitò grande paura , ma non ci furono vittime, né danni di rilievo. Danni più seri si verificarono a Molochio, melicuccà ed in altri piccoli comuni dell’entroterra, dove agì più tardi per la ricostruzione il Comitato Livornese. Ancora una volta dunque la Calabria, che stentava già a riprendersi da gravi problemi di arretratezza e di miseria, veniva colpita duramente nel suo tessuto umano, sociale ed economico. La notizia destò subito un’ondata di forte commozione e sgomento. Le più importanti testate dell’epoca, oltre naturalmente a quelle locali, riportarono il quadro desolante della situazione già all’indomani dell’evento, con pressanti richieste d’aiuto e di solidarietà. Luigi Barbini, inviato speciale del Corriere della Sera, uno dei primi giornalisti a giungere, proveniente dalla Manciuria, dove stava seguendo la guerra russo – giapponese, scrisse l’11 settembre da Monteleone un editoriale dal titolo “In Calabria si muore”. “…I soccorsi, per quanto alecramente portati, non bastano; manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l’acqua, il ricovero ai morenti”. Poi commentava: “I danni del terremoto sono immensi, ma sono le vecchie piaghe della Calabria che li hanno fatti tali e che adesso rendono difficile ripararli”. Era un grido disperato di soccorso. Lo studioso calabrese M. Mandatari così scriveva sulla benemerita rivista culturale nazionale “Nuova Antologia” il 16 settembre 1905, mal celando un certo tono polemico: “…A codesta miseria, morale e materiale, delle popolazioni calabresi occorre portare immediato soccorso nell’interesse generale del Paese. La presenza del Re, d’un suo ministro e di tanti bravi pubblicisti sul luogo della sventura e del disastro possono dare agevolezza ed avviamenti della soluzione di questa questione…ma, di grazia, non si poteva parlare della Calabria anche prima?”
E l’Italia tutta rispose in una gara senza precedenti di mobilitazione per la raccolta di fondi e di assistenza.
Venne in visita alle popolazioni colpite il Re accompagnato dal ministro Ferraris e da alti funzionari. Da Monteleone dove giunse con il treno proseguì in automobile per i paesi più colpiti. L’emozione di quell’incontro con la popolazione fu palese nelle considerazioni dello scrittore calabrese Nicola Misasi: “Il primo Re d’Italia nei campi di battaglia si rilevò a noi che lo proclamammo nostro Sovrano: su un bel altro campo non meno glorioso, il giovane Re suo nipote si è a noi rivelato. Su per i calabri monti, giù per le fosche vallate, dovunque è apparsa la regale confortatrice giovinezza, ovunque ha versato una lacrima…Casa Savoia ha riallacciato ad essa con legami infrangibili il cuore calabrese”.
Una particolare eco ebbero sulla stampa alcuni episodi commoventi di ritrovamento di bambine uscite vive dalle macerie. Ad una di esse, Annuccia Lo Mastro è dedicata una bella poesia composta dalla poetessa Adele Galli di Torino.
Della situazione dei paesi delle province di Catanzaro e Reggio Calabria si conserva una memoria di Rocco Cotroneo che compì il viaggio attraverso i luoghi interessati al seguito del Cardinale Gennaro Portauova, arcivescovo di Reggio Calabria, cui il Papa Pio X aveva chiesto una relazion e del terremoto: “Per necessità d’ordine – egli scrive – do la forma di diario, riportando quant’io vidi con gli occhi miei ed aggiungendo infine una cronaca particolareggiata, desumendola dalle relazioni altrui, per quello ch’io con gli occhi miei non vidi…”.
Un’altra rilevante testimonianza, che riguarda però il dopo terremoto, si trova nella presentazione nel recente libro di Fr. Pugliese sull’argomento,curato dallo storico Saverio Di Bella. Egli ricorda le tristi circostanze del baraccamento successivo al disastro, dopo l’attendamento, e l’infanzia trascorsa in difficili condizioni: “ Molti dei miei compagni di giochi erano del rione Baracchi (baracche) e tra le tavole parzialmente marcite per il contatto alla base con la nuda terra, ed in parte sconnesse per i troppi interventi che avevano dovuto sopportare dal momento dell’installazione fatta per offrire un rifugio temporaneo alle vittime del terremoto, passavano una parte della giornata tra gatti, maiali e galline in libertà, palloni abborracciati con vecchi stracci pronti per un interminabile partita, vecchi mobili su sedie e gradini delle case. Conoscevano il freddo della tramontana che infilava i suoi pugnali feroci tra fessure sempre più larghe”:
non mancarono anche critiche durissime per il modo come furono gestiti i soccorsi che arrivarono da tutta Italia e d’oltralpe. Furono dopo evidenti alcune deficienze delle opere di soccorso e ritardi della ricostruzione. Gli italiani risposero con grande generosità allestendo comitati “pro Calabria” per raccogliere fondi un po’ in tutti i piccoli e grandi centri, con iniziative d’ogni genere come spettacoli di beneficenza, persino passeggiate, distribuzioni di viveri, medicinale e vestiario.
Il fenomeno tellurico fu oggetto di studio e di analisi da parte degli esperti e numerose ipotesi furono prospettate da M. Baratta della Società Toscana di Scienze Naturali di Pisa, da G. Alfani, da M. Percalli e da tanti altri studiosi che allora non si aspettavano che si ripetesse in modo più disastroso, a breve distanza di tempo, nel 1908.
Nell’agosto del 1995, a Zungri, si èp tenuta una commemorazione con una mostra fotografica illustrativa dell’evento, che poi divenne una mostra itinerante, ora raccolta nel libro di Pugliese, con la collaborazione del comune di Vibo Valentia, di Cosenza, di Reggio Calabria ed il contributo della Biblioteca Nazionale di Firenze e di archivi storici di altre città e di privati.
Il tragico evento ripropose ancora una volta al mondo intero il triste spettacolo di desolazione della Calabria, la cui precarietà era diventata più che mai evidente, dopo essere stata per tanto tempo ignorata, nonostante i primi scritti di denuncia di fine secolo sulla questione meridionale del corrispondente da Napoli dell’”Opinione” di Firenze, Pasquale Villari (Le Lettere meridionali del 1875) e le inchieste Sonnino-Franchetti.
Dall’unità d’Italia agli inizi del secolo non vi erano stati grandi cambiamenti in Calabria. Sotto il governo giolittiano Sonnino aveva risanato si il bilancio dello Stato e volta l’attenzione alla questione meridionale, ma favorendo i potenti ceti agrari sperava che le masse contadine ne avrebbero tratto vantaggio. La formula non funzionò. Non erano riuscite a modificare la situazione di depressione e di degrado della regione neanche le leggi dei lavori pubblici del 1865, ne quella forestale del 1877. Impedivano lo sviluppo diversi fattori che lo storico G. Cingari, nel suo saggio “Storia della Calabria dall’unità a oggi”, puntualmente analizza. Al flusso migratorio, particolarmente significativo nel crotonese e nel reggino, ad inizio novecento, s’aggiunevano il mancato sviluppo agrario, l’arretratezza delle vie di comunicazione, il ristagno sociale senza validi sostegni di base e nessuna coraggiosa rappresentativa sindacale, arroccata quella esistente su posizioni conservatrici, senza sbocchi e spazi di sviluppo, l’assenza di significative forme d’associazionismo. L’unica sviluppata era quella delle “società di mutuo soccorso” che pure erano giunte in ritardo rispetto ad altre regioni. Nel 1885 se ne registravano 105, distribuite nelle tre province. Esse svolgevano un ruolo soprattutto previdenziale e, costituite prevalentemente da artigiani ed operai, lasciavano fuori la classe dei contadini più che mai stretti dal bisogno e dalle richieste di “latifondisti prepotenti”. Calandra, verso la fine del 1901, aveva insistito per sollevare l’agricoltura meridionale dalla crisi e quattro deputati calabresi De Seta, Lucifero, Staglianò, Tripepi, avevano appoggiato la mozione per i lavori pubblici ed altri provvedimenti urgenti, intesi a favorire il traffico e le esportazioni dall’Italia meridionale. Ma la situazione restava grave e non era da addebitare solo alla classe politica locale, ma anche al governo centrale che fino a quel momento aveva privilegiato l’industrializzazione delle regioni del nord.
Questa era la tesi di Nitti. Il meridionalista lucano indicava nell’industrializzazione del Mezzogiorno la soluzione della questione meridionale come problema nazionale. Nel dibattito sul Mezzogiorno però si dava avvio ad una legislazione specie per Napoli, la Basilicata e la Puglia e si lascia fuori la Calabria. In questa regione il malessere cresceva sempre più e si manifestava in alcuni territori con piccoli episodi di contestazione e di disturb. Era avvenuto nel casentino, nel corso dell’anno 1902, un movimento di protesta, espressosi con dimissioni di rappresentanti comunali e persino incendi di municipi, apparentemente per la questione della ferrovia, ma in sostanza, com’ebbe a dire il deputato cosentino De Seta, per un profondo disagio economico. Si chiedevano istituzioni di credito agricolo, finanziamenti per la viabilità, riduzione dell’imponibile, modifiche delle tariffe ferroviarie e l’estensione alla Calabria dei provvedimenti già applicati per Napoli e la Basilicata. Fu un vano attendere fino al terremoto del 1905. un mese dopo il sisma la richiesta fu riproposta in un “Memorandum” sottoscritto dall’intera deputazione parlamentare, perché per la “rigenerazione economica della regione non bastava portar riparo alle conseguenze immediate della recente calamità, ma occorreva un complesso di provvidenze pronte ed efficaci”. La legge fu fatta. Scrisse Calandra sul Corriere della Sera: “Occorse il terremoto del 1905 per scoprire le miserie della Calabria, com’era occorso il viaggio dell’On. Zanardelli per scoprire quelle della Basilicata”.
L’opera dello Stato si concretizzò nella concessione di contributi con la legge n. 255 del 25 giugno 1906 che si svolse in due momenti: la riduzione del 30% dell’imposta sui terreni e sui fabbricati rurali ed una spesa di lavori pubblici di quasi 190 milioni di lire, di più ampio respiro, comunque ostacolata ed interrotta dal successivo sisma del 1908 che si verificò in maniera ancor più catastrofica. Le polemiche non cessarono ed i ritardi continuarono ad accumularsi per i successivi conflitti tra uffici governativi, enti locali e privati tanto che, tre anni dopo, si potè constatare che una sola cosa era stata fatta davvero, la sospensione delle imposte prima e la riduzione poi. Il sopraggiungere dell’altro ancor più catastrofico terremoto cancellò qualsiasi iniziativa di portare a termine opere pubbliche necessarie a beneficio delle popolazioni. E si dovette ricominciare.
In occasione del terremoto furono realizzati in diverse città numeri unici “Pro Calabria” per esprimere la solidarietà e raccogliere offerte per i terremotati. Il numero unico che porta il titolo “Per la Calabria” che qui s’illustra ha la data del gennaio del 1906. forse per questo rimase dimenticato e non figura in alcuna nota commemorativa, nonostante la sua importanza storica e culturale. E’ un giornale con tutte firme femminili. Riporta testimonianze d’affetto e di partecipazione, prose e poesie d’arte e persino pregiati disegni di immagini in un’autentica cornice d’epoca.

(foto: gente dopo il sisma - dalla collezione privata di Natale Cutrupi)