Storia

La situazione a Reggio e nelle sponde Calabre

di Vito La Colla -  A Reggio Calabria si soffrivano le pene dell’inferno. Qui il maremoto nel buio era stato anche più atroce, forse per la disposizione della costa, in alcuni casi normale alla direzione da cui provenivano le ondate. O forse per l’imponente frana sottomarina, avvenuta, secondo recentissime indagini, proprio di fronte alle coste calabresi, a Giardini. Lo spettacolo che si presentava ai soccorritori era terrificante. Sulla riva del mare decine di barche giacevano a pezzi, le rotaie della ferrovia erano divelte e come attorcigliate, i vagoni capovolti e trascinati lontano, i moli e le banchine del modesto porto sfondati e maciullati. C’erano anche piccoli navigli e pescherecci, scagliati ben all’interno dalla forza del mare ribelle. Grovigli di assi, barili, cadaveri, piante, carri, barche, carogne apparivano agli allibiti soccorritori. Il tutto era impastato di melma e fango. Anche un pesantissimo ponte metallico della ferrovia era stato divelto e trascinato, tutto intero, su per il torrente Fiumarella.

   Il sismologo Valenzise ha recentemente detto: "Che a Messina si siano contati più morti che a Reggio dipende esclusivamente dal fatto che quella città era ed è molto più estesa territorialmente rispetto a Reggio. Vorrei sottolineare che nessuno dei terremoti precedenti è stato come quello del 1908, diciamo pure che nella storia della Calabria non si è mai registrata una scossa così potente". È doverso citare un breve elenco dei paesi calabri devastati dal sisma o dallo tsunami.

   Lazzaro, Bocale, San Leo, San Gregorio, Gallico Marina, Santa Caterina Calabra, Catona, Archi, Villa San Giovanni, Cannitello. Più ad est, sul Tirreno, Scilla, Bagnara, Palmi. E, sulle montagne, Gallico, Catona, Rosalì, Africo, Condofuri, Melito, Motta San Giovanni, Cardeto, per citare i nomi più noti. E ancora Delianuova, Melicuccà, Seminara, Sant’Eufemia, Cinquefrondi, Polistena, Oppido. E molti altri, paesi minuscoli o molto popolati. Su tutti si abbattè la furia sismica. E furono proprio questi piccoli centri ad essere raggiunti e soccorsi con molto ritardo, anche dopo diversi giorni; molto spesso a causa delle strade di accesso disastrate, franate, impraticabili. Quante morti furono dovute alla mancata assistenza medica, nei giorni seguenti...

   Dal libro di Sandro Attanasio: "A Villa San Giovanni... il capo stazione, che era sotto la tettoia, venne afferrato dal mare e si salvò nuotando come un disperato fino a quando le acque si ritirarono e lo lasciarono mezzo soffocato in un campo a centinaia di metri dalla ferrovia. Il futuro sergente Tarascio e i suoi camerati riuscirono a mettersi in salvo correndo col cuore in gola dietro ad una guardia di Finanza che aveva le ali ai piedi. Incalzati dall’onda omicida, riuscirono a raggiungere la parte alta dell’abitato con una terribile corsa attraverso il paese che crollava".
 

 

"LA PROVA GENERALE DELLA FINE DEL MONDO"

   Il piccolo centro di Pellaro, situato oggi all’estrema parte sud di Reggio, era stato colpito in maniera particolarmente veemente dallo tsunami notturno. Anche a Pellaro la costa era disposta lungo un parallelo, e offriva il fianco alle ondate del mare impazzito. Si calcola che qui l’onda del maremoto abbia raggiunto e forse superato l’altezza di dieci metri.

   Addirittura, di numerose casette a pianta quadrangolare che si trovavano in prossimità della riva, era rimasto solo il pavimento, leggermente sopraelevato sulla soletta. Pavimenti in genere a quadri bianchi e colorati. Tutto il resto, comprese le imposte, i mobili, le tegole e i massi delle macerie, era stato trascinato senza pietà nello Stretto. Solo i patetici pavimenti quadrettati, in mezzo al suolo completamente ripulito anche di alberi e vegetazione, rimanevano a testimoniare che lì vivevano famiglie, esseri umani.

   I piccoli centri, sia del messinese che del reggino furono, come detto prima, quelli soccorsi con maggior ritardo. Le autorità, e forse è anche comprensibile, smistavano i pochi mezzi appena arrivati nelle due città, dove il disastro era più imponente e i feriti da salvare e portare via erano molto più numerosi.

   Molte di queste località, come già accennato, erano state messe in ginocchio da due altri terremoti, nel 1905 e nel 1907, che sembravano la "prefazione" alla catastrofe del 1908.

   Conclude Attanasio: "Decine e decine di paesi, di frazioni, di gruppi di case, in trenta secondi furono tramutati in cimiteri. Rovine percosse da un vento impetuoso, battute da una pioggia insistente che infieriva sui derelitti superstiti che il destino capriccioso aveva lasciato in vita, ma che avrebbero voluto essere morti. Accanto ai loro cari seppelliti nelle case schiantate. Perché la catastrofe non solo aveva frantumato città e paesi e assassinato uno spaventoso numero di esseri umani, ma aveva cancellato i sogni e le speranze di tutti. E spezzato il cuore a coloro ai quali aveva risparmiato la vita e si aggiravano senza forza e senza volontà in mezzo ai luoghi toccati dall’Apocalisse. Trenta orribili secondi, che erano stati la prova generale della fine del mondo, avevano tolto ai superstititi anche la voglia di continuare a vivere".

   Le lunghe strade di Reggio, parallele alla costa del mare, erano tutte un ammasso di macerie. Fiamme si levavano anche qui in vari punti. Il maremoto che investì, con onde molto più alte di quelle scagliatesi sulla costa messinese, tutta la costa calabra dello Stretto, riuscì anche a spostare navi di un certo stazza. La nave mercantile Quirinale venne spinta dalle onde del maremoto verso l’esterno, poi rientrò in porto, venne risucchiata di nuovo in rada e ritornò alla fine accanto alle banchine semidistrutte. Si era incagliata sui fondali, ma le stesse onde riuscirono a sollevarla, e il comandante Vicari guidò la sua nave, nel buio più totale, in una zona meno sconvolta dalla ribellione del mare.

   Le case della piccola città (45.000 abitanti) erano più modeste di quelle messinesi, costruite con ancor minore osservanza delle elementari regole di sicurezza. Crolli su crolli, strade intasate da montagne di macerie, migliaia di cadaveri affioranti dalle rovine.

   La caserma Mezzacapo era diventata l’atroce tomba di circa 400 soldati. I loro corpi giacevano, uno accanto all’altro, nelle vaste camerate. Solo centocinquanta militari erano scampati al crollo parziale dell’imponente edificio e potevano essere utilizzati per i soccorsi.

   Nel brefotrofio di Reggio ben trentacinque neonati scamparono sì al crollo, e rimasero miracolosamente illesi, ma in poco tempo morirono tutti perché non c’era più nessuno che li allattasse.

   Il prefetto della città Orso e il sindaco Mezzatesta, più alcuni ufficiali dell’esercito e dei carabinieri si riunirono nel pomeriggio di martedì, e presero le prime importanti decisioni. Fra i problemi da affrontare immediatamente vi era, oltre al soccorso ai feriti e ai moribondi, quello di disciplinare il saccheggio dei negozi distrutti. Non c’era altra via, per il momento, per nutrire e dissetare i sopravvissuti, e occorreva un minimo di disciplina per permettere a tutti di impossessarsi del vitto e degli indumenti necessari. Inoltre bisognava vigilare sui detenuti delle carceri, che in molte prigioni si erano ammutinati, e volevano guadagnare l’aria aperta per non far la fine dei topi. Diversi soldati, armati di tutto punto, erano alla guardia delle casseforti delle banche, soprattutto quella della Banca d’Italia, parzialmente distrutta. Si temevano incursioni di predoni senza alcun rispetto per la situazione di estrema emergenza.

   Il mattino del 29 arrivò a Reggio Calabria la prima nave di soccorso, la corazzata Napoli; e fu l’unico piroscafo italiano che giunse nella città calabrese all’indomani del sisma. Giunsero anche due navi militari inglesi, della flotta che aveva stazionato a Siracusa.

   La corazzata britannica, senza alcun indugio, si attivò per caricare a bordo quanti più feriti poteva. L’ammiraglio Cagni fece poi una relazione, nella quale fra l’altro diceva che erano rimasti in città solo tre carabinieri ancora in grado di operare. La città venne divisa in tre settori, affidati ad altrettanti corpi armati. L’indomani 30 dicembre giunsero in vista della disastrata costa reggina altre navi italiane, e un provvidenziale corpo di 290 guardie di Finanza, incaricate di tenere l’ordine pubblico.
 
I piccoli centri, sia del messinese che del reggino furono, come detto prima, quelli soccorsi con maggior ritardo. Le autorità, e forse è anche comprensibile, smistavano i pochi mezzi appena arrivati nelle due città, dove il disastro era più imponente e i feriti da salvare e portare via erano molto più numerosi.

   Molte di queste località, come già accennato, erano state messe in ginocchio da due altri terremoti, nel 1905 e nel 1907, che sembravano la "prefazione" alla catastrofe del 1908.

   Conclude Attanasio: "Decine e decine di paesi, di frazioni, di gruppi di case, in trenta secondi furono tramutati in cimiteri. Rovine percosse da un vento impetuoso, battute da una pioggia insistente che infieriva sui derelitti superstiti che il destino capriccioso aveva lasciato in vita, ma che avrebbero voluto essere morti. Accanto ai loro cari seppelliti nelle case schiantate. Perché la catastrofe non solo aveva frantumato città e paesi e assassinato uno spaventoso numero di esseri umani, ma aveva cancellato i sogni e le speranze di tutti. E spezzato il cuore a coloro ai quali aveva risparmiato la vita e si aggiravano senza forza e senza volontà in mezzo ai luoghi toccati dall’Apocalisse. Trenta orribili secondi, che erano stati la prova generale della fine del mondo, avevano tolto ai superstititi anche la voglia di continuare a vivere".

   Le lunghe strade di Reggio, parallele alla costa del mare, erano tutte un ammasso di macerie. Fiamme si levavano anche qui in vari punti. Il maremoto che investì, con onde molto più alte di quelle scagliatesi sulla costa messinese, tutta la costa calabra dello Stretto, riuscì anche a spostare navi di un certo stazza. La nave mercantile Quirinale venne spinta dalle onde del maremoto verso l’esterno, poi rientrò in porto, venne risucchiata di nuovo in rada e ritornò alla fine accanto alle banchine semidistrutte. Si era incagliata sui fondali, ma le stesse onde riuscirono a sollevarla, e il comandante Vicari guidò la sua nave, nel buio più totale, in una zona meno sconvolta dalla ribellione del mare.

   Le case della piccola città (45.000 abitanti) erano più modeste di quelle messinesi, costruite con ancor minore osservanza delle elementari regole di sicurezza. Crolli su crolli, strade intasate da montagne di macerie, migliaia di cadaveri affioranti dalle rovine.

   La caserma Mezzacapo era diventata l’atroce tomba di circa 400 soldati. I loro corpi giacevano, uno accanto all’altro, nelle vaste camerate. Solo centocinquanta militari erano scampati al crollo parziale dell’imponente edificio e potevano essere utilizzati per i soccorsi.

   Nel brefotrofio di Reggio ben trentacinque neonati scamparono sì al crollo, e rimasero miracolosamente illesi, ma in poco tempo morirono tutti perché non c’era più nessuno che li allattasse.

   Il prefetto della città Orso e il sindaco Mezzatesta, più alcuni ufficiali dell’esercito e dei carabinieri si riunirono nel pomeriggio di martedì, e presero le prime importanti decisioni. Fra i problemi da affrontare immediatamente vi era, oltre al soccorso ai feriti e ai moribondi, quello di disciplinare il saccheggio dei negozi distrutti. Non c’era altra via, per il momento, per nutrire e dissetare i sopravvissuti, e occorreva un minimo di disciplina per permettere a tutti di impossessarsi del vitto e degli indumenti necessari. Inoltre bisognava vigilare sui detenuti delle carceri, che in molte prigioni si erano ammutinati, e volevano guadagnare l’aria aperta per non far la fine dei topi. Diversi soldati, armati di tutto punto, erano alla guardia delle casseforti delle banche, soprattutto quella della Banca d’Italia, parzialmente distrutta. Si temevano incursioni di predoni senza alcun rispetto per la situazione di estrema emergenza.

   Il mattino del 29 arrivò a Reggio Calabria la prima nave di soccorso, la corazzata Napoli; e fu l’unico piroscafo italiano che giunse nella città calabrese all’indomani del sisma. Giunsero anche due navi militari inglesi, della flotta che aveva stazionato a Siracusa.

   La corazzata britannica, senza alcun indugio, si attivò per caricare a bordo quanti più feriti poteva. L’ammiraglio Cagni fece poi una relazione, nella quale fra l’altro diceva che erano rimasti in città solo tre carabinieri ancora in grado di operare. La città venne divisa in tre settori, affidati ad altrettanti corpi armati. L’indomani 30 dicembre giunsero in vista della disastrata costa reggina altre navi italiane, e un provvidenziale corpo di 290 guardie di Finanza, incaricate di tenere l’ordine pubblico.