Storia

Per le strade, all’alba ...

di Vito La Colla - Ecco il racconto di uno dei medici messinesi sopravvissuti: "Vivevo in alcune stanze ammobiliate, al quarto piano. Quella mattina fatale fui svegliato da una scossa terribile, volevo scendere dal letto, ma fui scaraventato a terra, tra bottiglie, sedie, tavoli e armadi che volavano da ogni parte. Raccolsi qualcosa e mi infilai un vestito, accesi un fiammifero e aprii la porta per cercare di salvarmi, ma mi dovetti fermare, perché non vedevo più nulla, avvolto in una nuvola soffocante di polvere.

   La triste esperienza del 1905 mi indusse a fermarmi, anche se il terremoto continuava con un rumore sordo. Iniziavano a cedere i muri divisori, quindi divenne necessario scappare nel corridoio. Gli inquilini dei diversi piani comunicarono che la scala era ancora intera, e prendendo il coraggio a due mani, iniziammo a scendere. Uscimmo nel cortile. Aprendo il portone ci scontrammo con una massa di macerie, attraverso le quali riuscimmo a passare con difficoltà. Solo allora comprendemmo la serietà di ciò che stava accadendo. Iniziavano ad andare in rovina interi palazzi. Io fui ferito ad una spalla da un frammento. Imperava una piena oscurità, e da tutte le parti giungevano grida di aiuto, urla e lamenti dei moribondi, dei feriti e di chi era impazzito dal terrore.

   Io ed altre persone cercammo di procedere oltre, ma risultò impossibile e ci riunimmo in una stalla che si trovava di fronte all’edificio nel quale vivevamo. Fin quando non sorse il sole vivemmo momenti terribili. Era angosciante ascoltare le invocazioni di aiuto e non poter fare nulla. Appena iniziò ad albeggiare decidemmo di andare a piazza del Municipio e, aggirando gli ostacoli delle macerie, dei fili del telefono e del telegrafo, che da ogni parte ci tagliavano la strada, lentamente penetrammo attraverso le nuvole soffocanti, pregne di polvere. Di tanto in tanto, lungo il cammino, con un gran fracasso, crollavano gli edifici. Era impossibile per noi aiutare i sopravvissuti rimasti sui balconi, appesi agli infissi o ai cornicioni, in quanto non avevamo le scale e, principalmente, la forza. Procedevamo in questo modo, tra il terrore e la disperazione.

   Contro le nostre aspettative, in piazza non trovammo che poche persone. La piazza era invasa dall’acqua, a causa della rottura in più punti dei tubi delle condutture. Ci avvicinammo allo splendido palazzo del Municipio; la stupenda scalinata in marmo si presentava come un cumulo di rovine e di polvere. Il palazzo dei pompieri, di fronte, era completamente distrutto e ingombro di macerie. Cercammo di andare verso Corso Garibaldi, ma la strada in quella direzione era del tutto ingombra. Col far del giorno la piazza iniziava a riempirsi sempre più di gente, e ognuno raccontava nuovi fatti terribili. Le case intorno continuavano a crollare ed a sfasciarsi. Da una di queste giungevano grida di aiuto: un uomo e una donna stavano davanti a una porta, al terzo piano,senza riuscire a oltrepassarla, e noi vedemmo come caddero insieme con la casa. Andammo in Via Marina, e anche lì non vi erano molte persone, ma già dall’incrociatore ’Piemonte’ giungevano barche con marinai e si iniziavano a raccogliere i feriti. Tutto il porto era coperto dai resti della stupenda Palazzata, che lo cingeva. Lungo la strada raccogliemmo una giovane donna, nuda e morente.

   Ci presero a bordo. Il comandante dell’incrociatore ordinò ad una nave mercantile di raccogliere i feriti e trasportarli a Villa San Giovanni. La nave riuscì a muoversi con grande difficoltà in quanto tutto lo Stretto era pieno di barili di olio, cassette di arance e datteri, piccoli vascelli, barche di pescatori rovesciate, pezzi di legno. Dall’incrociatore vedemmo crollare la cattedrale e ardere lingue di fuoco in diversi posti della città. Alcuni dicevamo che bruciavano i depositi di kerosene, altri che era esploso il gasometro. Così lasciammo la Sicilia".
 

 

LETTERA DI UN SACERDOTE AI CARABINIERI

   "Messina, 2 febbraio 1909
   On.le Comando dei Reali Carabinieri - Messina

   Essendomi dedicato all’opera di salvataggio dopo la tremenda catastrofe del 28 dicembre u.s. ho avuto occasione di conoscere il coraggio dei nostri bravi Ufficiali e soldati che mi aiutarono nell’opera eminente umanitaria.

   Ma ciò che ha destato soprattutto la mia meraviglia è stato un salvataggio che posso dire miracoloso operato dal Capitano dei Carabinieri signor Pietravalle insieme ad un carabiniere ed un bersagliere dei quali non ho potuto avere il nome.

   Trattavasi di una ragazza, certa Maria Pier stata a servizio della famiglia Palermo abitante accanto alla mia chiesa parrocchiale Annunziata dei Catalani.

   Detta ragazza trovavasi sotto le macerie cadute dai piani superiori, e appunto trovavasi sotto una delle arcate inteme della chiesa gravemente pericolante.

   Nessuno si sarebbe fidato scendere lì, ma il detto capitano con vera abnegazione ed ammirabile esempio mette a repentaglio la propria vita, affronta il pericolo, scende nella chiesa unitamente al carabiniere ed al soldato, e malgrado che le scosse di terremoto si succedessero, egli ed i suoi subalterni estraggono dalle macerie la ragazza e la mettono in salvo dopo parecchie ore di faticosissimo lavoro.

   Ammirato da tale coraggio di un ufficiale della Benemerita Arma, volevo renderlo subito di pubblica ragione per mezzo della stampa, ma la modestia del Capitano, a cui chiesi il nome che non volle declinare e che poi ho saputo per mezzo di altri, me lo impedì ma malgrado ciò io per debito di coscienza lo indico a cotesto Onorevole Comando, come indico i subalterni che lo aiutarono nella impresa come quelli che non curarono la propria vita per la salvezza di una infelice che sarebbe senza dubbio perita sotto le macerie.

   Per la verità scrivo la presente per darne ragione a chi spetta.

   Sacerdote Parroco Placido Macrì".
 

NON ARRIVA NESSUNO

   Gli scampati, i feriti, i moribondi, i bambini rimasti soli, i vecchi attendevano nella mattinata di lunedì che arrivassero i primi soccorsi. Il compito era immane. Dissotterrare dalle macerie i poveretti intrappolati, che chiamavano e si lamentavano. Spostare le macerie per aprire vie di comunicazione in quell’inferno. Far cadere muri pericolanti, che spesso si abbattevano dopo una delle tante scosse di assestamento. Indirizzare i feriti, cominciando dai più gravi, verso il porto, dove si attendevano l’arrivo di navi. Curare anche sommariamente i feriti, legare con legni di fortuna le fratture, bloccare le emorragie, confortare, assistere amorevolmente.

   Ma non si vedeva nessuno. Come abbiamo visto, nel resto d’Italia nessuno sapeva niente di quel disastro, e Reggio e Messina giacevano nel dolore e nella rovina senza che alcuno arrivasse per portare aiuto.

   Solo da Catania e da qualche altro centro delle coste ioniche e tirreniche, dove le scosse avevano destato tanto allarme, arrivarono poche imbarcazioni. L’unica via era il mare, fortunatamente c’era il mare e le località terremotate erano sulla costa. Le strade erano quasi tutte interrotte, mentre la ferrovia Messina-Catania funzionava, dopo alcune riparazioni, e qualche treno arrancava lentamente verso lo Stretto. Invece la linea ferroviaria calabra, verso il nord, era interrotta da frane e crolli di ponti e gallerie. Così pure la Messina-Palermo.

   Verso le ore 16 arrivò nel porto di Catania il piroscafo Washington, con pochi superstiti e feriti raccolti nella mattinata davanti alla Palazzata. Subito il comandante si premurò di avvisare le autorità portuali e quelle cittadine della terribile tragedia che si era abbattuta sulla città vicina, e sicuramente anche sulla parte opposta dello Stretto. Altre due navi, il Montebello e l’Avvenire giunsero quando il sole era già calato, e pure loro portarono le accorate testimonianze delle rovine sulle coste dello Stretto. La notizia del sisma si diffuse in pochissimo tempo in città.

   Il sindaco Console inviò subito a tutte le prefetture dell’isola la notizia allarmante. Si invitavano i sindaci a organizzare in fretta treni di soccorso, e raggiungere al più presto Messina. Dallo Stretto arrivò, alle 21, un treno, partito alle 9 dai binari di Messina, e che aveva viaggiato lentissimamente e prudentemente, mentre in alcuni punti della linea ferrata operai e tecnici cercavano di rendere i binari sicuri e stabili. Il convoglio era stracarico di persone, feriti, bambini senza genitori, scampati in preda al terrore, e desiderosi soltanto di allontanarsi il più possibile dalla città dell’orrore.

   I numerosi profughi e i feriti, alcuni dei quali in fin di vita, furono accolti amorevolmente e curati.

   Ma tutto si risolveva in questi aiuti minimi: tre navi semivuote e un treno barcollante. La maggior parte dei messinesi e dei reggini, e di tutte le minori località adagiate sulle rive dello Stretto, rimanevano in attesa spasmodica di aiuti organizzati, di numerosissime persone che provvedessero a riportare la situazione fuori dall’anarchia e la distruzione più completa. In mattinata era ricominciato a piovere, e il freddo di dicembre si faceva sentire su persone balzate dal letto, e scappate con gli indumenti leggeri di chi si corica. Poi la fame, la sete, la disperata ricerca di aiuto; capire cosa fosse esattamente successo, e fin dove. La distruzione quasi totale della città faceva infatti temere a più d’uno che il terremoto avesse colpito una regione vastissima dell’Italia meridionale, magari fino a Napoli, e così i soccorsi sarebbero tardati per giorni e giorni. Oggi abbiamo la radio, e potremmo sapere, anche in assenza di corrente elettrica, con le radioline a pila, le notizie che ci potrebbero rassicurare.
 
Verso le ore 16 arrivò nel porto di Catania il piroscafo Washington, con pochi superstiti e feriti raccolti nella mattinata davanti alla Palazzata. Subito il comandante si premurò di avvisare le autorità portuali e quelle cittadine della terribile tragedia che si era abbattuta sulla città vicina, e sicuramente anche sulla parte opposta dello Stretto. Altre due navi, il Montebello e l’Avvenire giunsero quando il sole era già calato, e pure loro portarono le accorate testimonianze delle rovine sulle coste dello Stretto. La notizia del sisma si diffuse in pochissimo tempo in città.

   Il sindaco Console inviò subito a tutte le prefetture dell’isola la notizia allarmante. Si invitavano i sindaci a organizzare in fretta treni di soccorso, e raggiungere al più presto Messina. Dallo Stretto arrivò, alle 21, un treno, partito alle 9 dai binari di Messina, e che aveva viaggiato lentissimamente e prudentemente, mentre in alcuni punti della linea ferrata operai e tecnici cercavano di rendere i binari sicuri e stabili. Il convoglio era stracarico di persone, feriti, bambini senza genitori, scampati in preda al terrore, e desiderosi soltanto di allontanarsi il più possibile dalla città dell’orrore.

   I numerosi profughi e i feriti, alcuni dei quali in fin di vita, furono accolti amorevolmente e curati.

   Ma tutto si risolveva in questi aiuti minimi: tre navi semivuote e un treno barcollante. La maggior parte dei messinesi e dei reggini, e di tutte le minori località adagiate sulle rive dello Stretto, rimanevano in attesa spasmodica di aiuti organizzati, di numerosissime persone che provvedessero a riportare la situazione fuori dall’anarchia e la distruzione più completa. In mattinata era ricominciato a piovere, e il freddo di dicembre si faceva sentire su persone balzate dal letto, e scappate con gli indumenti leggeri di chi si corica. Poi la fame, la sete, la disperata ricerca di aiuto; capire cosa fosse esattamente successo, e fin dove. La distruzione quasi totale della città faceva infatti temere a più d’uno che il terremoto avesse colpito una regione vastissima dell’Italia meridionale, magari fino a Napoli, e così i soccorsi sarebbero tardati per giorni e giorni. Oggi abbiamo la radio, e potremmo sapere, anche in assenza di corrente elettrica, con le radioline a pila, le notizie che ci potrebbero rassicurare.