Storia

Cosa avvenne

di Vito La Colla - Moltissime notizie, specialmente di cronaca spicciola, le ho desunte dal prezioso libro di Sandro Attanasio, edito nell’ottantesimo anniversario del disastro - 1988 - e ora in ristampa. Notizie tratte da giornali dell’epoca, o da testimonianze di sopravvissuti, fra cui anche persone celebri. Ne esce un quadro completo del terremoto del 1908, che esamina profondamente tutti i risvolti della situazione, per moltissimi aspetti senza paragone e con estremi raramente riscontrabili in altri avvenimenti analoghi.

   Oggi il volume in edizione 2007 è rintracciabile nelle librerie, a 15 €, editore Bonanno.

Dalla lettura appassionata di questo libro, una dozzina di anni fa, mi è venuta l’idea di preparare una trasmissione rievocativa in una televisione privata di Palermo; trasmissione non andata mai in onda per la chiusura improvvisa dell’emittente. L’occasione per la trasmissione, corredata da molte foto e anche da filmati interessantissimi, e rimasti per decenni nascosti in archivi all’estero, era l’anno 1998, novantesimo anniversario del sisma che distrusse Reggio e Messina.
 
 

COSA AVVENNE

La mattina di lunedì 28 dicembre 1908, alle ore 5.21, e cioè a notte fonda, una formidabile scossa tellurica, durata ben 37 secondi, sconvolse e distrusse quasi completamente le due città dello Stretto: Messina e Reggio, e anche i paesini calabri e siciliani vicino alle due città.

   Già tre anni prima, e anche nel 1907, c’erano stati dei sismi nella Calabria meridionale, che avevano lesionato o fatto crollare diverse abitazioni nei paesi di Ferruzzano e Bruzzano.

   Le case di Messina e di Reggio erano state costruite in gran parte in economia, facendo uso delle cosiddette "ciache", cioè di grossi massi arrotondati, che si potevano prendere liberamente nelle fiumare, il cui letto rimaneva asciutto nei mesi estivi. Queste pietre non squadrate, unite oltretutto fra loro da una malta non ottimale, erano soggette a scivolare e a non formare un tutt’uno omogeneo e resistente. Alle scosse violente, 11° grado della scala Mercalli, i muri cedettero facilmente sotto le vibrazioni del sisma, e le case si accartocciarono su loro stesse. Ecco perché gran parte delle case di Reggio e Messina vennero distrutte, ed ecco perché un numero impressionante di persone persero la vita e molte altre rimasero invalide. Anche il fatto che la scossa fosse avvenuta di notte, mentre tutti o quasi erano immersi nel sonno, contribuì ad aumentare il numero micidiale dei morti e dei feriti.

   Sandro Attanasio riferisce queste parole, che sono la testimonianza raccolta dieci giorni dopo il terremoto da Paolo Scarfoglio, sul quotidiano Il Mattino, di Napoli.
 

IL TELEGRAFISTA MONFORTE

   "All’Ufficio telegrafico della stazione il terremoto giunse preceduto da «un boato spaventoso... le scosse venivano a raffiche violente, fittissime... non ci reggevamo... i mobili saltavano in aria, i vetri si rompevano con frastuono e dalle finestre entrava un vento violentissimo... Il periodo sussultorio durò una ventina di secondi e fino a quel momento - raccontò poi il telegrafista Monforte - non udii cadere nessuna casa, ma solo un grido altissimo, una invocazione suprema, un gemito di pianto che tutta Messina levava al cielo prima di morire... subito dopo il movimento divenne ondulatorio: fu la fine di tutto».

   Il telegrafista Monforte venne scaraventato contro un muro, cadde a terra, si rialzò in cerca di un riparo che non esisteva.

   Passando davanti ad una finestra ebbe il tempo "di scorgere una visione di case crollanti, illuminate da una luce intensissima come quella di un’aurora boreale"...

   Monforte udì tutti i rumori possibili e immaginabili «un crollo enorme, gigantesco, come se fossero stati sparati mille cannoni, poi un rotolare di pietre come in un temporale ingrandito mille volte, intrammezzato da un coro di gemiti e delle mura che crollavano e sottolineato da un coro di urla e di gemiti che durò mezz’ora».

Il Duomo di Messina, distrutto    Gli ultimi secondi del movimento tellurico erano stati una orribile girandola vorticosa. Monforte, alla fine, sentì cadere le campane della Cattedrale. Si strinse la testa fra le mani e pensò «Addio Messina!».

   Il chiarore surreale e improvviso, che accompagnò le scosse sismiche, fu notato anche da altri cittadini, lungo la costa a sud di Messina.

   Erano miseramente crollati gli edifici della Questura, della Camera di Commercio, del Tribunale, della Dogana, delle Poste, della Stazione, del Museo, dell’Università; inoltre scuole, uffici, chiese, conventi, orfanotrofi: il palazzo del Municipio, che sembrava aver resistito abbastanza alle scosse, fu distrutto dall’incendio, giorni dopo.

   La bella Cattedrale con l’originale campanile, era un ammasso di rovine. La facciata era per metà ancora in piedi, ma all’interno era tutto un cumulo di macerie. Nella piazza antistante, alquanto ampia, si radunarono ben presto gli sventurati, che costruirono a poco a poco della capanne di fortuna, e delle tende.
 
Il telegrafista Monforte venne scaraventato contro un muro, cadde a terra, si rialzò in cerca di un riparo che non esisteva.

   Passando davanti ad una finestra ebbe il tempo "di scorgere una visione di case crollanti, illuminate da una luce intensissima come quella di un’aurora boreale"...

   Monforte udì tutti i rumori possibili e immaginabili «un crollo enorme, gigantesco, come se fossero stati sparati mille cannoni, poi un rotolare di pietre come in un temporale ingrandito mille volte, intrammezzato da un coro di gemiti e delle mura che crollavano e sottolineato da un coro di urla e di gemiti che durò mezz’ora». Gli ultimi secondi del movimento tellurico erano stati una orribile girandola vorticosa. Monforte, alla fine, sentì cadere le campane della Cattedrale. Si strinse la testa fra le mani e pensò «Addio Messina!».

   Il chiarore surreale e improvviso, che accompagnò le scosse sismiche, fu notato anche da altri cittadini, lungo la costa a sud di Messina.

   Erano miseramente crollati gli edifici della Questura, della Camera di Commercio, del Tribunale, della Dogana, delle Poste, della Stazione, del Museo, dell’Università; inoltre scuole, uffici, chiese, conventi, orfanotrofi: il palazzo del Municipio, che sembrava aver resistito abbastanza alle scosse, fu distrutto dall’incendio, giorni dopo.

   La bella Cattedrale con l’originale campanile, era un ammasso di rovine. La facciata era per metà ancora in piedi, ma all’interno era tutto un cumulo di macerie. Nella piazza antistante, alquanto ampia, si radunarono ben presto gli sventurati, che costruirono a poco a poco della capanne di fortuna, e delle tende.
 

LA PALAZZATA

   La Palazzata, da secoliorgoglio di tutti i messinesi (era una teoria ininterrotta di palazzi con colonne e frontoni eleganti, che si estendeva lungo il mare per più di un chilometro e mezzo) appariva sbocconcellata e parzialmente rovinata, anche se il grosso aveva resistito. Era stata ricostruita nel secolo XIX, dopo le distruzioni del precedente sisma del 1783. Dietro le rovine di qualche suo elemento, si scorgeva, dalle navi in porto, il tremendo spettacolo delle abitazioni che stavano dietro, ridotte ad alti cumuli di macerie.

   I palazzi costruiti con pietre squadrate e tenute insieme da cementi adeguati, non ebbero danni rilevanti. Ad esempio, i muri esterni del Teatro Vittorio Emanuele rimasero indenni in mezzo alla devastazione totale; ma l’interno era irrimediabilmente lesionato e pericolante. Arrivò dopo qualche giorno anche l’incendio, e la parte interna del palazzo fu rovinata definitivamente. Per la riapertura di questo glorioso teatro, si dovette aspettare nientemeno che il 1985.

   Indenne rimase la chiesetta dedicata alla Santissima Annunziata dei Catalani, eretta nei secoli XII e XIII.

   Molte case, dalle fotografie dell’epoca, risultano ancora in piedi dopo la fine del terremoto. O erano costruite con metodi antisismici, o con pietre squadrate, o le scosse avevano investito l’edificio trasversalmente, e cioè parallelamente ai muri maestri. Che così non erano crollati.

   Insomma, anche in questo terribile sisma, non si può dire che Reggio e Messina siano state "rase al suolo".
Spesso dietro le facciate in piedi, anche di tre o più piani, c’era il vuoto: enormi cumuli di massi, cemento, travi, mobilia e altri oggetti formavano un insieme spaventoso. Interi isolati erano spariti, e si erano tramutati in immense valanghe di pietre e di legname. Sotto c’erano molti cadaveri, e talvolta pure qualche sopravvissuto, rimasto vivo, anche se forse ferito, in qualche cavità o vuoto sotto travi, che facevano da riparo alle macerie sovrastanti. Molti di questi poveretti non furono soccorsi, per l’estrema difficoltà, talvolta, di rimuovere gli enormi mucchi di macerie, e il pericolo del crollo dei muri rimasti in piedi.

   La gente che era rimasta libera dalle macerie, e che aveva potuto guadagnare l’uscita - perché magari abitava al pianterreno - correva nel buio, fra un coro di urla e lamenti di coloro che erano rimasti intrappolati e stavano soffrendo per le ferite. Ma le strade spesso erano impraticabili, piene di massi e legname, e non era possibile, oltretutto con il buio e la polvere che permeava tutto, raggiungere piazze o giardini.

   In questa tregenda, in questo caos assoluto, presto divamparono degli incendi, in diverse parti della città. Le tubazioni del gas si erano spezzate, le candele accese negli appartamenti per guadagnare l’uscita, e gli scaldini accesi nelle stanze da letto, avevano innescato fiammate, che ben presto si erano propagate, e roghi sempre più ampi illuminavano sinistramente il paesaggio di rovine. Il quotidiano L’Ora di Palermo, due giorni dopo, titolava a tutta pagina con la seguente frase: "Gli avanzi di Messina si estinguono in un rogo immenso".

   C’erano sicuramente, in quella bolgia infernale, persone che aiutavano altre a liberarsi, a scappare. Ma molti pensavano solo a se stessi e, con gli occhi dilatati dall’orrore, scappavano in tutte le direzioni. Intanto, ogni poco, qualche altra scossa, anche forte, faceva crollare sui fuggitivi i muri pericolanti.

   Molti aspettavano con ansia l’imminente alba, per poter rendersi conto, alla luce del giorno, di quello che era successo, e poi organizzarsi alla meglio per cercare e soccorrere i parenti e gli amici.