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"Per la Città distrutta" di Tommaso Cannizzaro

Oggi è una delle arterie principali della Città di Messina: via Tommaso Cannizzaro è conosciuta da tutti i numerosi studenti e i turisti che sbarcano nella città Peloritana dello Stretto perchè è il principale asse urbano mare/monti.

Sotto il manto stradale scorre ancora un torrentello che si chiama Torrente Portalegni perchè dai Peloritani si facevano arrivare al porto di Messina le legna proprio tramite questo torrente.

Scorreva appena fuori dal centro storico della Città (prima del sisma del 1908 e della successiva ricostruzione non esistevano che campagne nella zona a sud del torrente Portalegni, oggi via Tommaso Canizzaro) ed era una delle fiumare più importanti di tutto il massiccio Peloritano.

Ma perchè oggi si chiama "via Tommaso Cannizzaro"? Chi era costui?

Grande poeta Messinese, si salvò miracolosamente restando illeso nonostante il crollo della propria abitazione durante il terremoto di un secolo fa, e poi tramandò ai posteri con una meravigliosa poesia le sensazioni e le emozioni di morte e tragedia che hanno fatto la storia della città dello Stretto nel XX° secolo.

Ecco il testo della poesia integrale:

Per la città distrutta
di Tommaso Cannizzaro


Vegliar le antelucane stelle coi raggi loro
parean le opposte rive di Scilla e del Peloro,
sopito era il mar limpido che Ulisse un dì varcò,
quando da l’ime visceri, come gonlio maroso,
cupamente ululando con rombo minaccioso,
con tremor violento, la terra sussultò.

In men d’una fuggevole eco di lieve squillo
con fragore assordante nel chiaro aer tranquillo
da un lembo estremo all’altro al suolo rovinar
distrutte in un istante le due città sorelle,
Zancle ed Aschene e insieme cento borgate belle
e furibondo invase i loro campi il mar.

Magion’, teatri, cupole, templi, colonne, altari,
torri sveve e normanne, castelli millenari
in monti di rottami cadder coprendo il suol;
e la terra si aperse e sprofondò ne l’onda
e gli uccelli de l’aria, legion vagabonda,
atterriti, randagi spinsero altrove il vol.

Suonò l’alba novella di grida e di lamenti
gemiti di feriti, rantoli di morenti,
di madri, spose, pargoli, uomini d’ogni età
tutti imploranti indarno aita ai fuggitivi;
sotto le pietre un popolo fu di sepolti vivi
ed immane lo strazio e sorda la pietà.

È un’onda di emigranti da le case deserte
chieder salvezza al mare o alle campagne aperte
a lor tergo lasciando, avidi di un asil,
l’impervio nido dove tuttor sinistro echeggia
il sotterraneo rombo e l’incendio fiammeggia
tra le magion’ superbe dal fasto signoril.

De le macerie immense sotto la soma rude
di quante intatte vergini le belle membra ignude
sanguinarono e quanti vegliardi ivi languir!
Quante beltà scomparse dai radianti volti,
quanti sogni distrutti, quanti desir’ sepolti
e quante rosee labbra a un tratto illividir!

Ne la città deserta entro la notte oscura
sbalte le porte il vento tra le dirute mura
del triste loco il vento, solitario signor;
e i corvi in frotte scendono da le vette montane
a far banchetto orrendo di morie carni umane
onde il lezzo è seguito al profumo dei fior’.

Pari a lupi famelici su le scomparse vie
ecco scender dai borghi, quasi notturne arpie,
l’orda imfame dei ladri e i saldi usci sforzar,
e frugar tra le viscere di questi ostelli infranti
e trarne gemme ed oro e perle e diamanti
e di dita a di orecchie i morti mutilar.

Ma in tanto orror sul lido, da le navi straniere
parver dal ciel discese russe e britanne schiere
ratte, ardite traendo a la luce del sol
da quegli enormi cumuli di sassi e di calcina
quanta lacera prole ne la città regina
del mar che lambe Reggio e il tricuspide suol!

Qui del Tamigi i figli e i figli de la Neva
qual legion celeste che da l’alto riceva
subito slancio, vennero le vittime a salvar;
fu ogni atto lor prodigio di destrezza e valore
e i loro biondi e belli volti, non visto il cuore,
con un divino raggio pareva illuminar.

Ne le sinistre tenebre de la profonda notte
rischiarate da lugubri tede non interrotte
mille barelle funebri su e giù vengono e van.
Sfilar vedi i feriti sul letto del dolore
— scena tetra e macabra da far pietà ed orrore —
giovan, vecchi e bimbi che non avran doman,

L’eco del lutto orrendo varca i vasti oceani,
valli e monti e raggiunge i lidi più lontani,
flutti sgorgan di lagrime ovunque batta un cor.
Universale il grido suona — aita, soccorso! —
e cento e cento popoli, de le navi sul dorso
prodigan lini e viveri e versan fiumi d’or.

Da l’Etna a l’Alpi piangono quante città sorelle!
e le lor braccia tendono a chi fuggi da quelle
rive e che reo destino dai suoi lari scacciò,
mentre mormora il prete una preghiera inetta
che glorifica un Nume di rabbia e di vendetta
e assèvera che i martiri il cielo fulminò.

E in tanto uopo di aitre in tanto urger di cose,
qual dier consiglio provvido quei cui destin prepose
alle sorti del lido cui chiudono l’Alpi e il mar?
-Nulla ! - impotenti, ignavi, da l’inerzia cullati,
non navigli, non viveri, non oro, non soldati
rinvennero, ma stettero dubbiosi ad aspettar.

Mentre gemean le vittime tra la vita e la morte,
mentre con salde braccia la rutena coorte
a salvezza di quelle tutto sfidare ardi,
Roma, l’aulicu Roma lascio sepolti i vivi
mentre un popol ramingo fuggia per lande e clivi
e il cor pietrificando la mente isterili.

Malgrado il cor di un Principe tutto a largir propenso,
alla pioggia e alle fiamme il cadavere immenso
dell’ondina del Faro Chi regge abbandonò.
Che popolo di vittime, quanta messe di morti
che man pietosa e pronta a vita avria risorti !
— colpa, vergogna, infamia che perdonar non so —

Rimorso eterno incomba su chi spetta ! Si arresta
stupito il mondo e sorge un grido di protesta
che nei venturi secoli severo echeggerà.
Tardi, scarsi, irrisorii alle misere genti
venner da l’alto aiuti poi ch’oscillar le menti
tra l’irresolutezza e l’incapacità.

Languir lasciando i vivi e imputridire i morti
— ponete in salvo, ei dissero, solo le casse forti;
che importano le vite? già siam troppi quaggiù;
L’ò custodite e sopra l’innumere famiglia
degli estinti, o soldati, ite a far gozzoviglia,
resti sepolto pure chi a fuggir tardo fu.


Questo linguaggio udimmo sopra le frante mura
di tante umane vittime orrida sepoltura,
né allor tremò la terra né il sole si oscurò.
Registrerà la storia nel suo volume nero
per voi che lo voleste un giudizio severo
che in lettere di fuoco ovunque leggerò.

Contraddittorii gli ordini, caotici gli effetti
furono e voi, soldati, voi sotto capi inetti
oh quante volte indarno ci fu dato veder
fremer da l’impazienza di accorrere in aiuto
dei miseri languenti e con eloquio muto
i capitani in volto guatar fisi e tacer !

Dei reggitor’ d’Italia l’ipocrisia beffarda
ti presterà domani una voce bugiarda
che nel tuo nome all’aula chiami parlamentar,
con false schede, o patria, chi, ne la tua rovina,
tutto potea nè volle, o città mamertina,
né i morenti soccorrere né ì vivi consolar.

Di Omero sette popoli si conteser la culla
cento la tua respingono, o coscìenza grulla,
sul suol che da la Dora fino al Simeto va.
Di te cui pose in mano la verga del comando
Italia, di Te solo, Imbelle memorando
— No, non è figlio mio! - ciascun di lor dirà,

Chi potrà mai, Messimi, il tuo nome obliare,
rigina del Peloro odalisca del mare,
bella come una sposa nel nuzial suo di,
i tuoi colli incantevoli, le tue fiorite aiuole,
il lido pien di spume, i monti ebbri di sole
l’occhio de le tue donne, siciliane Uri?..

Profughi su la terra, senza pane nè tetto,
i tuoi figli superstiti evocan da ogni petto
solo a vederli, a udirli, un grido di dolor.
Il vate sui tuoi ruderi temprerà la sua lira
— Ninive, Babilonia, Persepoli, Palmira
ricorderan le genti e Te quinta tra lor.

Trema la terra, il mare gonfio flagella il lido,
crolla il tetto, gli uccelli abbandonano il nido,
fugge chiunque il cupo rombo minace udì
Figli, congiunti, amici tutto perduto abbiamo
ma dal loco natio un profondo richiamo
— Tornate, grida, o profughi, la patria vostra é qui.—

Tu lasci ne la storia pagine gloriose
che fulgon come stelle, che odoran come rose
città del sacrifìcio, da la maschia virtù.
Non di vaste pianure né di tesori opima,
città libera e forte, tu fosti ognor la prima
a scuoter dei tiranni la dura servitù.

Del millenare stretto tu l’antica regina,
tu strenua domatrice de la forza angioina,
tu distrutta dal bronzo borbonico oppressor,
alto come l’esempio è il nome tuo nel mondo,
su l’ali de la gloria, d’altre glorie fecondo,
città votata al rigido Dovere ed all’Onor!


Ivi ne l’evo medio, ivi ne l’evo antico
Dicearco, Evemèro, Borelli, Maurolico
dettar pagine eterne sotto l’azzurro ciel.
Ivi levar le navi la gloriosa antenna
e trionfò la spada e vi fiorì la penna
e vita infuse all’Arte degli Antoni il pennel.

Addio, Messina bella, o stella del Passato,
miraggio che un istante dal mondo ha dileguato,
nessun di noi nessuno dei figli tuoi pensò
che a te volger dovesse, tristissimo tributo
un addio che suonasse quale estremo saluto
del mondo, o patria bella che il nembo flagellò.

Risorgerai nei secoli — Nessun sa dirlo ancora;
ma dal tuo gran sepolcro forse un raggio di aurora
verrà che farà molte invidie impallidir;
Terra gentile e bella come la tua Morgana
e illuminar la notte de l’età più lontana
da l’Ande agli Appennini, da Tule al biondo Ofir.

Si ringrazia per la cortese e dettagliata collaborazione, attenta e curata dei minimi particolari, Rosalba Zucco, cui Giuseppe Portaro è prozio.