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"Con questi tetri pensieri io mi aggiravo per la città morta" dal libro di Giuseppe Portaro

Era una giornata di primavera, ma non una primavera di quelle che invitano ad amare. Il sole gaio e lucente gloriosamente splendeva sì, ma illuminava le macerie di Messina, tetre, sinistre, selvagge, là, ove prima fioriva tanta esuberanza di vita e di traffici.

E’ bello il sole, sia che spunti dal mare o da’ monti, ed inondi di sua radiante luce le candide vele od i campi tempestati di fiori, ma quanta mestizia, in quel luogo non aggiungeva esso alla mestizia che t’infondevano nell’animo sconfortato e stanco, quelle tante miserie!
Perché di sole tanto sorriso eterno, quando esso – amara ironia – da mezzo d’un cielo terso serve a rischiarare tante sciagure umane?
Con questi tetri pensieri io mi aggiravo per la città morta.
Messina, la gloriosa città del primo Settembre, Messina la luminosa, Messina la fulgida stella del Mediterraneo, sospiro dei naviganti, non era che un ammasso di detriti. Le sue macerie, ove avvallate, ove con le creste, che si adergevano in aria, davano un’idea di mare in tempesta.
La derelitta giaceva al suolo, esanime, come leonessa sventrata.
Ed una leonessa era stata nelle sue cento rivoluzioni, quando alla tirannide aveva saputo resistere e trionfare; ed ora giaceva prostrata.
Io mi aggiravo, senza meta, pel pomerio della città morta, e quasi senza volerlo, eccomi piombato nella nuova città, ove i superstiti trovarono uno scampo.
Mi lascio dietro il viale S. Martino, l’arteria maggiore della nuova città, per me priva d’interesse; soliti baraccamenti, immensi padiglioni in legno, variamente pitturati, che ricordano le fiere, che sono non altro che le esposizioni dei villaggi, e le esposizioni, che non sono che le fiere della città. Mi avvio così per quella che un giorno fu Messina.
Infilo via Primo Settembre, la meno danneggiata, e giungo a via Garibaldi.
In piazza Municipio merendano, come in bivacco, alcuni operai, seduti a terra. Un contadino offre gratis agli astanti delle frutta primaticce e ne offre anche a me. L’atto gentile del contadino in quella solitudine, al cospetto dei ventagli dei palmizii intatti, mi dà completa illusione di trovarmi in mezzo alla campagna. E’ proprio nella campagna che il contadino siciliano offre in dono delle frutta: offre talvolta qualche fiore, e rivelando, in quell’atto gentile, tutta la sua grande anima di origine ellenica, a somiglianza degli antichi greci, te l’offre, dopo averlo baciato.
Mi volgo al palazzo del comune, il capolavoro del Minatolo, che attesta ancora il genio di Messina. La gran mole è quasi intatta, nella prospettiva, e quasi intatto presentasi il teatro Vittorio Emanuele; e questi due edifizii mi sembrano due monumenti, di quelli dispersi nella campagna romana; e a dar questa caratteristica concorre il terriccio in vegetazione, dai semi in esso frammischiati.
Tra i negozii distrutti noto quello che fu della modista Sarnelli. Qual cumolo di memorie! Giovanni Bensaia vi aveva ordinato la confezione del tricolore italiano, che veniva offerto alla squadra sarda, di passaggio a Messina. Si era nel 1859.
Infilo il corso Cavour. In alcuni punti l’aprirsi un varco, fra quell’ammasso di macerie, è un vero lavoro di alpinista. Quelle strade mi ricordano nomi carissimi; ed un lungo stuolo di amici e compagni si presenta alla memoria, e quelle care immagini s’affacciano, non in quella nefandezza di scheletri schiacciati “sotto la guardia della grave mora”(1), come l’ha ridotto il duro destino, ma in tutto il rigoglio di vita, nella bellezza del loro ingegno e del loro animo.
Ed in mezzo a tanti e sì affettuosi colleghi, ti affacci tu, o Peppino Orioles, amico trentenne. Natura a te aveva elargito ingegno vasto e vivida e pronta percezione, bontà di animo che all’occorrenza avrebbe saputo tramutarsi in santa indignazione, nel veder conculcati i dritti del popolo da te rappresentato.
E ti affacci ancor tu, o Nino De Leo. Quali amarezze non suscita la tua caduta! Due nazioni sorelle piangono il tuo amaro destino. Era superfluo che la tua vita fosse risparmiata, in tanti scontri, da Milazzo a Digione, per essere travolta così ingloriosamente – tu che eri nato per la gloria – in tanta subita ruina.
E dove sei tu, o Giuseppe Pelle, onore e vanto del ceto forense della mia Gerace? Eri venuto da un giorno a Messina, per dar ristoro alla tua salute oppressa da diuturno e fecondo lavoro, e dovevi ritornare cadavere in quella patria, che piamente reclamava le tue ossa. Povero amico!
E dove siete pur voi, Nino Cacopardi, Bernardo Paratore, Giovanni Noè, Giuseppe Munafò, Fritz Weinert, Eugenio Vono, dei quali può dirsi che solo la bontà del cuore la vincesse sull’ingegno?
Poveri morti che vagolate per la città distrutta, divenuta per voi sì vasto cimitero. Poveri morti per alcuni dei quali non ha croce il camposanto. Vada a voi tutto il mio mesto ricordo e l’imperituro rimpianto!
In mezzo a tanti tristi rimembranze continuo la mia via. Attraverso le fitte macerie, dove regna un silenzio sepolcrale, e penso alla dipartita di tanti artisti della penna, del pennello e del bulino, che in tanta jattura, almeno, avrebbero potuto tramandare, con idonei colori, alla lontana posterità, il ricordo di sì grande disastro, ma né Virgilio Saccà, né Orazio Mottola, e neppure il Micali, l’ultimo avanzo della gloriosa scuola messinese del bulino, sono più!
Si dice che Alessandro il Macedone, fatta distruggere Tebe, abbia voluto risparmiare solo la casa di Pindaro. Qui il terremoto non ha risparmiato nulla. Le case dei poeti messinesi tutte abbattute, e Messina aveva dei veri poeti. E con la casa veniva travolta la giovane esistenza di un vate gentile, Edoardo Boner . Amara iattura per Messina, quand’essa al proprio dolore avrebbe trovato qualche conforto nell’elegìa, che alla città morta avrebbe sacrato il suo geniale poeta. Anche la casa di Tommaso Cannizzaro andò in ruina, ma un genio benefico risparmiava la vita dell’illustre poeta, che sopravvisse per lanciare alla posterità un carme, che sarà il carme secolare, che, fra le future generazioni, ricorderà l’immane catastrofe .
Continuo la mia via attraverso fitte macerie e mi porto in un punto della città alta e da poche persone che stazionavano in un crocicchio, par di trovarmi alla fine in un “luogo che poteva pur dirsi città di viventi”; “ma quale città e quali viventi!”. Sul volto di questi individui, che stavano sui rottami della loro terra natìa, si scorgeva l’impronta di una grave sciagura. Era il lutto per la famiglia distrutta? Ma non tutti avevano una famiglia, e non tutte le famiglie eran cadute nel disastro.
Era il lutto – ancor più sensibile – quello che si porta alla patria perduta. Quanto è più grande il lutto che si porta alla patria!
Pur finalmente giungo in un punto, ove mi appariva un palazzo signorile, tutto a bugne, con loggia sostenuta da cariatidi, in marmo, finamente scolpite, a cui la mano del tempo, in una severa e maestra, aveva saputo imprimere quella tinta di vetustà e venustà, che solo il tempo sa imprimervi.
Da quel palazzo, che aveva l’impronta del medio evo – come del resto tutta l’alta Messina – a me sembrava, da un momento all’altro, di vedere spuntare un idalgo di quelli che la dominazione spagnola a noi apportava sin dal secolo XVI. Mi sembrava di veder la sua cappa signorile a seta, col costume stretto e corto, serrato ai fianchi, di velluto chermisi e dal ricco bavaro, a candidi ricami, dalla enorme parrucca inanellata. Stavo estatico in questa contemplazione, figlia della mia fantasia agitata, quando, ad un tratto, venne a scuotermi un suono di flauto.
Quel suono non era una nenia, tonante con la lugubre solennità del luogo, ma era un’aria gaia e scherzevole, che ricordava altri siti ed altri tempi della cara città scomparsa.
“E andando con lo sguardo dietro al suono, per iscovrire chi mai potesse essere contento, in quel tempo, in quel luogo”scorsi dietro una veranda, mezzo distrutta, una tenda dal colore amaranto sbiadita, vaneggiare, agitandosi al vento: poi una larva umana, che si dileguava, sempre continuando il suo suono.
Forse – pensavo fra me – è il signorino, che perduta l’avita magione, andate disperse tutte le sue ricchezze, ivi ammassate, cerca all’arte, alla divina arte musicale, un mezzo come sostentarsi. Forse egli, dimani, col suo faluto, suonerà per le botteghe da caffè, pei teatri, per altri ritrovi:e si abituerà a suonare delle arie allegre e piacevoli, e le ripeterà in mezzo a persone spensierate, che vogliono stare allegre, punto pensando alle disgrazie della città distrutta.
E così l’arte gli darà quell’obolo, onde menare avanti quella vita che il fato gli ha risparmiata, dopo avergli distrutti i beni.
Così fo io. Se mi chiedete il perché, con un libro allegro e scherzevole, io intenda commemorare una vittima, così tragicamente caduta in quell’alba ferale del 28 dicembre, vi risponderò che farò come quell’amico incognito.
Anche io, come lui, cerco alla mia arte, un obolo per un ricordo marmoreo a Edoardo Boner, vittima illustre di quel disastro, poiché quella del povero poeta messinese è una figura, che non può, né deve essere obliata.


Questa qui trascritta è l’introduzione “All’amico lettore” del libro "Camicia Rossa" di Giuseppe Portaro, edito a Gerace nel 1911 e ristampato di recente da Franco Pancallo Editore.

Come si nota anche dalla copertina (nell’immagine in coda all’articolo) - illustrata da un disegno di Vincenzo Jerace probabilmente creato per l’occasione, su committenza del notaio, amico del celebre scultore di Polistena – la vendita del libro (l’obolo) sarebbe stata finalizzata all’erezione di un monumento in memoria del poeta messinese Edoardo Boner.

Curiosamente Portaro, pur essendo di Gerace, parla di Messina e non di Reggio. Probabilmente, oltre che per il fine che si prefiggeva, perchè vi aveva compiuto gli studi e vi aveva conosciuto il lungo stuolo di amici e compagni, e perchè era la città culturalmente più vivace ed economicamente più florida.

Al di là del linguaggio un po’ retorico e punteggiato di reminiscenze letterarie tipico del personaggio e dell’epoca, costituisce, oltre che un documento in memoria di scomparsi più o meno illustri, una interessante testimonianza della Messina dell’immediato dopo terremoto da parte di un osservatore non esterno.

Ecco la biografia di Giuseppe Portaro, tratta dal libro:

Giuseppe Portaro nacque a Gerace nel 1862 e vi morì il 23 giugno 1935.
Studioso appassionato dei problemi calabresi, storico, narratore, critico, esaltò le glorie e le bellezze della terra madre, con articoli in giornali ed in riviste e con pubblicazioni lodate.
Possedeva una ricchissima biblioteca.
Era ancora giovane quando il Ministero, auspice la Società Geografica di Roma, premiò il suo studio interessantissimo : Da Reggio a Metaponto.
Ricordiamo anche: Aspromonte superbo e altero; L’ultimo dei murattiani, romanzo in 2 voll.; Il mulino del diavolo: novella, Gerace, Fabiani, 1901; Francesco Nicolai, i suoi tempi e le sue opere: saggio storico-critico, ivi, Serafino, 1901; Faida di congrega: ibid. 1908; Camicia Rossa: ivi, Fabiani, 1911; Il 1847 a Messina, a Reggio, a Gerace: Gerace Sup., tip. Cavallaio, 1921; Reggio e le sue bellezze naturali, in “Calabria Vera”, a.III,n.4,1922.


Il libro nella recensione di Luisa Ranieri:

Un Vescovo da poco sollevato agli onori della mitra, un Barbiere dal mai rinnegato passato garibaldino, un Merlo dalla voce straordinaria, degli umili Fraticelli Francescani, due loschi Prelati in competizione per la nomina di una parrocchia ed una storia che mette in relazione tutti questi personaggi in modo lieve ma non per questo poco significativo.
Il libro, scritto da Giuseppe Portaro per ricordare il poeta G.Edgard Boner scomparso a Messina nel tragico terremoto del 1908, diventa, grazie ad una scrittura a volte bonariamente ironica e a volte pungente, una riflessione sulle grandi e piccole spinte che stanno alla base dell’agire umano (ed animale).


Si ringrazia per la cortese e dettagliata collaborazione, attenta e curata dei minimi particolari, Rosalba Zucco, cui Giuseppe Portaro è prozio.