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L’incredibile storia di "Ciccilleddhu"

Raccogliamo una testimonianza unica, esclusiva, una storia vera ma purtroppo fino ad oggi sconosciuta.

Grazie al contributo di Salvatore Marrari, l’autore dell’articolo, ricostruiamo uno degli eventi più commoventi degli aiuti del terremoto a Reggio.

Avevo 13 anni alla morte del mio pro zio Matteo Paviglianiti(poeta dialettale reggino,n. 01/05/1874  –  m. 11/11/1956), fratello della mia nonna paterna Antonia e quindi ho accumulato un bagaglio di suoi racconti storico-folkloristici , che riguardano cose,persone,luoghi della Reggio Calabria nei primi anni del ‘900.
Mi preme, vista la ricorrenza dei cento anni del terremoto del 28 dicembre 1908, raccontare come è avvenuta la salvezza di un bambino, nipote del poeta e cugino in primo grado di mio padre Domenico Marrari, quindi Figlio di una sorella di mia nonna.

Intitolerò questa realtà storico - familiare :

“CICCILLEDDHU”

Questo era il vezzeggiativo di Francesco il cui cognome era Neto. Con i suoi genitori, sorelle e fratelli, abitava al Rione Tremulini, a nord della città, topograficamente dove ancora insistono le palazzine INCIS di Viale Amendola, costruzioni edificate nel periodo fascista proprio per le famiglie terremotate.
Quella mattina del 28 dicembre 1908,la prima scossa di terremoto abbatté l’edificio- abitazione di questa famiglia e tutti rimangono sepolti, schiacciati e ammazzati dalle macerie.
Non vi sono soccorsi, ognuno brancola nel buio pesto di quelle strade con la mente sconvolta da una pazzia insolita, non dovuta a schizofrenia, ma allo più sfrenato terrore procurato da qualcosa o da qualcuno che non conosci e da cui non puoi difenderti.

Immaginiamo di sentirci prendere e scuotere da una forza immensa che , con enorme fragore, distrugge e abbatte tutte le cose che ci circondano e ci proteggono nell’intimo di quelle mura che vediamo caderci addosso.
Raccontava mio padre, Domenico, (compirà sei anni il 16 gennaio 1909) che si era svegliato di soprassalto sentendo che qualcosa trascinava per casa il suo letto, poi facendolo sobbalzare, poi virare per ben due volte di 360° (la scossa fu prima ondulatoria, poi sussultoria, poi rotatoria).
Ma torniamo a “Ciccilleddhu” . I primi soccorsi in città arrivano nel pomeriggio del 29 per la caparbietà di un ufficiale dei carabinieri che ferma in mare la corazzata “Napoli” costringendola, dirottandola da Messina ove erano già arrivati abbondanti soccorsi, a venire sulle sponde di Reggio.
Passano i primi otto giorni di aiuti rivolti principalmente al centro storico e qualcuno si accorge che da sotto le macerie di casa Neto si udiva come un rauco lamento.
In effetti, una vecchina di nome “Mmaculata”, vicina di casa o coinquilina di quella famiglia, sentito quel rantolo chiama aiuto, ma nessuno le crede : “Esti sicuramenti nu iattu, ndonna Mmaculata, passaru novi iorna cu vuliti mi nc’esti vivu nddha sutta a deci metri di travaturi”!
Ma la donnina aveva capito e non si dava pace anche perché costantemente chiamava : “Ciccilleddhu, Ciccilleddu o Ciccilleddhu” e dopo tale richiamo aveva, o le sembrava di avere, una risposta.

Allarmava l’uno e l’altro,ma ne ricavava sorrisi di compassione come se la ritenessero un po’ svanita o addirittura pazza .
Accadde che giravano per il quartiere le ronde armate anti sciacallaggio che facevano anche il servizio di abbattimento animali, cani e gatti in abbandono che si nutrivano di cadaveri , e vennero chiamati da qualcuno perché sparassero attraverso qualche fessura a quel gatto intrappolato sotto dieci metri di detriti che impressionava “ndonna Mmaculata” .
Il pianto della vecchina e la certezza che quel gridolino fosse “Ciccilleddhu”, mosse la curiosità degli agenti che chiamarono rinforzi e cominciarono a spalare ed a setacciare le travature e le mura “di petri e matu”. Passavano le ore e più si avvicinavano all’obbiettivo, più la gente curiosa si ammassava nei dintorni tra lo scetticismo di chi non credeva che sotto ci fosse qualcuno vivo da salvare. Non fu così : arrivarono un gruppo di volontari americani più attrezzati dei nostri ed in un battibaleno raggiunsero quel corpicino intrappolato e non schiacciato, salvato da una trave della capriata, messo di traverso a protezione di quel fagotto di soli cinque anni.
La gioia di tutti fu immensa.
Cose da non credere: sotto quella potenziale angusta prigione “Ciccilleddhu” si era anche nutrito con fichi secchi fuorusciti da una “cascia”, baule in legno che si usava riempire per Natale di fichi, castagne, nocciole e “mbriacheddhi ”(corbezzoli) .

Un tubo d’acqua divelto e gocciolante lo aveva anche dissetato.
Fu naturale lo stato di abbattimento psicologico e fisico del bambino, unico superstite di quella povera famiglia. Ma impressionò tutti il gesto di voler abbracciare “ndonna Mmaculata” che piangente, con le lacrime copiose che le cadevano sul petto, corse a prenderlo dalle braccia dei soccorritori stringendoselo al petto .

Francesco Neto, orfano ,fu portato nella comunità americana, quella stessa comunità evangelica che, per officiare i loro culti, costruì la Chiesa Evangelica Battista ancora oggi esistente sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria. Fu sette anni in America in un collegio per bambini scampati al terremoto e poi riportato in Italia ove imparò l’arte di barbiere presso il salone dello zio Matteo Paviglianiti, che espletò poi in posti diversi sino all’età della pensione.
Sicuramente “Ciccilleddhu”, che io conobbi in occasione della morte di mia nonna e di zio Matteo, è già a miglior vita, ma nella zona del quartiere Tremulini esisteranno dei figli, nipoti e pronipoti, se non sono emigrati.
Sono i miei lontani parenti per parte della pro zia Paviglianiti , sorella di mia nonna Antonia.
Forse varrebbe la pena fare delle ricerche e farsi raccontare dai figli di Francesco Neto come andarono realmente i fatti, nei particolari che loro hanno avuto modo di sentire in maniera più specifica e più estesa.

Salvatore Marrari