Personaggi

Maurizio Morabito, da Londra fin nello Stretto per ricordare le vittime del terremoto

di Peppe Caridi - Maurizio Morabito è reggino. Ma vive e lavora a Londra. In occasione del centenario del terremoto del 1908 ha deciso di scender giù nello Stretto apposta per ricordare quel tragico momento. Ed è tornato nel Regno Unito estremamente soddisfatto. Anche se non gli è piaciuto proprio tutto.

27 dicembre 1908. Sera. Domenico Mammì non sta più giocando a carte con amici e familiari, come da antica tradizione durante le festività natalizie.
E’ pronto ad andarsene, e invita il figlio Francesco ad accompagnarlo nella notte al nuovopanificio, per inaugurarlo insieme con il primo pane del giorno dopo ... ma Francesco risponde "No, grazie, è tardi e sono un pò stanco, vado a casa, ci vediamo la mattina".

E’ per questo che mentre Domenico morì sepolto dalle macerie del panificio sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, alle 5.21 del mattino del 28 dicembre 1908, Francesco invece si salvò, e riuscì poi ad avere una seconda figlia nel 1913.

E se oggi il reggino Maurizio Morabito è ingegnere elettronico e consulente informatico per banche di investimento a Londra è grazie a quel "sono un pò stanco" del suo bisnonno, padre di quella bambina che e’ anche la nonna materna di Maurizio.

Tanti altri, però, non hanno avuto quella occasione e, in un modo o nell’altro, più o meno per caso, sono morti sotto le macerie di quello che è stato uno dei terremoti più violenti della storia d’Italia. E’ come se per ogni reggino in vita adesso, a Londra come ovunque nel mondo, altri dieci o cento non abbiano potuto nascere, discendenti mancati delle numerosissime vittime del terremoto.
Maurizio e’ ben consapevole dell’importanza straordinariamente unica nella sua vita di quel "sono un pò stanco".
E ne ha fatto buon uso per capire la dimensione straordinaria di quella tragedia collettiva.

Per questo motivo ha preso l’automobile e ha percorso 1500km in 18 ore trascorso una notte a Digione, lasciato moglie e figlio in Toscana dai suoceri e poi il giorno dopo alle 07:05 del 27 dicembre è volato a Reggio Calabria proprio in occasione del centenario del terremoto, e ha voluto ricordare con commozione le vittime del sisma rimanendo sveglio l’intera notte del centenario con gli altri partecipanti delle commemorazioni notturne a Messina.
A cui ha aggiunto un momento privato molto speciale.

  • Allora, Ingegner Morabito, e’ soddisfatto? Ne e’ valsa la pena?


Certamente. Anzi sono piu’ che soddisfatto. Ho raggiunto tutti i miei obiettivi e sono riuscito a fare tutto quello che volevo fare.

  • Quali erano questi obiettivi?

Volevo fare qualcosa che avesse un significato soprattutto a livello personale, ma anche in partecipazione con le comunita’ di Messina e di Reggio Calabria. E lo scopo principale era fare in modo che qualcuno, almeno uno, davvero ricordasse i morti e i feriti, nel momento esatto dei cento anni dal terremoto.


  • Come c’e’ riuscito?

Ho scelto in compagnia di due amici di Reggio di passare la notte insonni a Messina, dove avremmo potuto seguire un buon numero di iniziative pubbliche fra le 19:30 del 27 alle 06:00 del 28. Pero’ a un certo punto ce ne siamo temporaneamente allontanati, per dedicare alla memoria delle vittime un minuto assolutamente privato, alle 5.21 del mattino. Lo abbiamo fatto appena abbiamo potuto constatare come per tale importantissimo momento non ci fosse alcuno spazio nelle commemorazioni pubbliche.

  • Nessuno spazio? Che vuol dire?

Cominciamo dalla Chiesa Cattolica. Lungi da me il voler cercare la polemica con le Autorita’ Ecclesiastiche. E’ chiaro che un momento cosi’ tragico come il terremoto del 1908 ha un fortissimo significato trascendente, e non per caso il momento forse piu’ commovente delle cerimonie pubbliche e’ stato l’inizio della fiaccolata, con il Crocefisso portato a spalle a guidare la processione e un fiume di fiammelle a seguire piano piano nella notte. Quindi l’impronta religiosa data alla commemorazione non solo e’ naturale, ma addirittura ovvia. Detto questo pero’, non capisco perche’ alle 5.19 l’Arcivescovo di Messina, che conduceva da nove minuti un momento di preghiera alla fine durato fino alle 06.00 nel Duomo pieno, ha fatto partire l’ennesima lettura dell’ennesimo ricordo: invece di invitare al silenzio, per un solo minuto, per QUEL minuto, per ricordare davvero tutti quelli colpiti dal terremoto. Questo atteggiamento di trascuratezza di quel momento
cosi’ particolare, testimoniato anche dal fatto che l’Arcivescovo di Reggio Calabria abbia deciso di organizzare la Messa Solenne per le 11:00 e quindi con circa cinque ore e trentanove minuti di ritardo, non l’ho proprio capito, e per questo insieme ai miei amici sono uscito dal Duomo di Messina per alcuni minuti, durante i quali abbiamo commemorato il centenario esatto per conto nostro, davanti alle ultime candele rimaste della fiaccolata.


  • Ma che importanza ha ricordare il momento esatto? Dopo cento anni, che differenza possono fare alcune ore in piu’ o in meno?

Ci sono due argomenti che dimostrano che tale differenza davvero esista. Prima di tutto il ricordo del terremoto del 1908 non puo’ essere paragonabile a quello di un compleanno. La nascita di un bambino e’ il culmine di un lungo processo cominciato nove mesi prima, e l’inizio di un processo ancora piu’ lungo che terminera’ con la sua morte magari quando anziano. Tutto cio’ non ha niente a che fare con un fenomeno come il terremoto, che nella sua frenesia distruttiva si e’ accanito per poco meno di un minuto, ed e’ ben ricordato, guarda caso, al minuto.

  • E il secondo argomento?

Proprio perche’ conosciamo l’ora e minuto esatti del terremoto del 1908, per ricordarlo degnamente non basta neanche classificarlo come una ricorrenza alla stregua delle altre “feste comandate”, ciascuna delle quali giunta a noi con pochissimo o nessun dettaglio orario. Anzi, la differenza si vede eccome, quando, appunto, l’ora esatta di un accadimento e’ giunta fino a noi: nella Tradizione Cattolica, le tre del pomeriggio del Venerdi’ Santo sono un momento molto importante da ripetere, ovviamente e precisamente, ogni Venerdi’ Santo alle tre del pomeriggio. Il Natale viene celebrato alla mezzanotte, e cosi’ la Pasqua. La morte di centomila persone alle 5.21 del mattino va commemorata quindi a quell’ora e a quel minuto esatti. Aspettare giorno fatto, come deciso a Reggio Calabria, e’ un po’ come rimandare il Sacramento dell’Estrema Unzione a quando la morte sia gia’ sopraggiunta: il significato rimane, ma il senso viene un po’ perduto. E poi mi
sono detto: come puo’ essere che a Messina e Reggio nessuno ma proprio nessuno facesse alcunche’ di significativo alle 5.21 del mattino del 28 dicembre 2008? Se faccio qualcosa io, potro’ almeno dire che non nessuno, ma almeno una persona se ne e’ ricordata (alla fine, siamo stati in tre). E’ per tutti questi motivi che alla fine, ho optato per una commemorazione privata.


  • In cosa e’ consistita, la commemorazione privata?

Se una cosa e’ privata, e’ privata. Ognuno sia libero di immaginarsi come avrebbe commemorato se fosse stato al posto nostro.

  • Ma che senso ha fare qualcosa di privato?

Guardi, io, spinto dalla storia del bisnonno Francesco, ho studiato molto riguardo il terremoto del 1908. E se c’’e una cosa che mi ha colpito piu’ del resto, e’ la dimensione incomparabile della tragedia. Ciascuno di noi semplicemente non ha la capacita’ di rendersi conto di quanti siano, centomila morti, per non parlare di almeno tre volte tanto sopravvissuti, vittime anche loro e anzi condannati a settimane se non anni di sofferenze. Perche’ i numeri nascondono, e i grandi numeri nascondono grandemente. Quello che e’ successo non e’ un terremoto, ma centinaia di migliaia di terremoti che hanno lasciato crepe e macerie nella vita di altrettante persone. E se e’ vero che furono le comunita’ ad essere colpite, a Messina, a Reggio Calabria e in tutte le altre citta’ e paesi coinvolti, lo furono in quanto ogni singolo cittadino fu colpito. E quindi ogni singola famiglia. Ora, cosa facciamo quando c’e’ una tragedia in famiglia, se non organizzare una
nostra commemorazione privata? Un funerale, una Messa per l’ottavo giorno, o finanche un ricordo fra amici e familiari in occasione del decennale, o per il giorno in cui il defunto avrebbe celebrato il centesimo compleanno. Insomma, anche se ne’ i Sindaci, ne’ gli Arcivescovi ritengono di ricordare le 5.21 del mattino alle 5.21 del mattino in nome della popolazione tutta, niente impedisce a ciascuno di noi di fermarsi a ricordare i propri morti, e tutte le altre “proprie” vittime, come Domenico Mammi’, e suo figlio Francesco. E dunque tutti i loro amici e familiari, di cui troppo spesso non e’ rimasto neanche il nome.


  • La storia dei panettieri Domenico e Francesco sembra un po’ romanzata pero’

Nel futuro sara’ tutto diverso. Con l’interminabile serie di dispositivi di registrazione che esistono adesso, fra telecamere di sorveglianza e telefonini, i nostri pronipoti sapranno molte cose di noi con una precisione incredibile. Tutto questo non ci e’ concesso riguardo i nostri ricordi diciamo cosi’, “acquisiti” del terremoto del 1908, i testimoni del quale sono ormai morti o se ancora in vita, erano stati troppo piccoli all’epoca per ricordare molto. Quello che noi sappiamo e’ per forza di cose mediante un tramite, come possono essere le memorie di un sopravvissuto, o quanto ci e’ giunto raccontato da una generazione all’altra. Inutile quindi divagare troppo sui dettagli, perche’ qualunque sia stato il motivo per cui il bisnonno si sia salvato, mentre suo padre scompariva con il panificio, alla fine cio’ che conta per la mia stessa esistenza e’ che il primo non abbia subito la sorte del secondo. Ma si immagina quante persone non siano
neanche nate, solo perche’ qualcuno ha avuto una fortuna diversa, in quella mattina fatidica?


  • In ultimo, una sua impressione delle due citta’ da “forestiero”.

Erano cinque anni che non visitavo Reggio, e circa diciotto se non piu’ dal mio ultimo viaggio a Messina. Ho avuto l’occasione di vedere un po’ di mondo, nel frattempo. Al confronto, Reggio appare come un grosso paesone, con un Corso un po’ troppo stretto per quanto sia lungo (e non e’ detto che non sia un complimento). Messina sembra decisamente piu’ grande, ma e’ come se si trattasse dell’unione di tante localita’ sostanzialmente indipendenti e distinte invece che di un’unica citta’. Salendo a Dinnamare all’alba del 28 dicembre per osservare uno Stretto per una volta risparmiato dalla furia del terremoto, non ho potuto fare a meno di pensare che quelle due quasi-grandi-citta’ che emergevano nella luce non fossero altro che la manifestazione di un’unica conurbazione, il braccio destro e quello sinistro di quell’Area Metropolitana che un giorno sicuramente diventera’ realta’, cosi’ grande da poter praticamente autosostentarsi, e difendersi da sola dai
grandi sommovimenti della Terra, invece di dover far affidamento agli interventi altrui. Perche’ il mare dello Stretto deve unire e non dividere: niente di piu’ ovvio, visto che il modo migliore per ammirare Reggio e’ salire sui Peloritani dietro Messina. Il fenomeno della Fata Morgana, che ho avuto il privilegio di osservare circa ventidue anni fa scendendo in auto dall’Aspromonte, non e’ un’illusione: e’ come un segnale, un forte invito e suggerimento.


  • Arrivederci e auguri di Buon 2009

Arrivederci e auguri a tutti. Con la speranza che i nostri lettori del 2108 comprendano che il piatto forte della commemorazione del terremoto che per loro avra’ duecento anni va servito alle 5.21 del mattino. Tutto il resto, e’ solo contorno.