Personaggi

Matteo Paviglianiti, poeta del terremoto

Memoria. Memoria storica, tributo ai caduti, ricordo dei propri avi: è con questo spirito che vogliamo ricordare il terremoto del 1908 celebrandone il centenario. E non poteva mancare un dettagliato e passionale racconto, folkloristico, dei momenti più drammatici del terremoto, di quell’alba di lunedì 28 dicembre 1908 che cambiò completamente la storia dello Stretto.

E’ così che grazie all’aiuto e all’impegno di Salvatore Marrari, pubblichiamo la poesia dialettale scritta da Matteo Paviglianiti (nella foto a corredo dell’articolo), filosofo e poeta Reggino nato il 1° maggio 1874 e morto, dopo 82 anni, l’11 novembre 1956.

Salvatore Marrari, da buon pronipote dell’apprezzatissimo poeta che era, inoltre, anche stretto amico di Nicola Giunta (altro famoso poeta Reggino), ci ha fornito il testo della poesia "28 dicembri 1908" tratta dal testo " ’u specchiu d’a vita" pubblicato nel 1938 e oggi depositata alla Biblioteca Comunale di Reggio Calabria che noi pubblichiamo in esclusiva nella rete.

28 dicembri 1908

Era ‘na sira fridda com’o ielu,
celu cupu d’aspettu misteriusu,
era cuperta ‘a luna ‘i niru velu,
‘u celu cu’ lu mari era cunfusu.

A li cincu chi rrumbu,chi fracassu,
‘a nostra menti persi la rragiuni
nta l’occhi nostri si calau ‘nu massu,
‘a svintura fu randi, fu cumuni.

Spaventu di lu griru di lu mari,
comu ‘na lupa tutti si mangiau,
chiddi chi si sarbaru furu rrari :
tutti paralizzati li rassau.

Vinni comu ‘nu lampu e chi rrimuru :
pariva ‘na timpesta ammenz’o mari,
e sulu si sintiva nta ddu scuru
i porti e mura tutti scuncassari .

Chi gran spaventu, chi macellu umanu,
lamenti d’ogni parti si sintiva ;
genti caduti di lu quintu pianu
era ‘mmenz’a strata chi rririva.

‘U populu prigava la Maronna
Ammenzu di la chiazza nginucchiata,
cu’ nu figghiolu a mbrazza cacchi donna,
o chi ‘u tiniva fittu ‘a lu so’ latu.

‘U cori nta lu pettu lacrimava
Videndu tuttu Rriggiu chi ciangiva,
‘u sangu di li carni chi sculava :
l’ira di la natura ndi nghiuttiva.

Nta ddu mumentu tutti frati e soru,
poviri e ricchi tutti scunzulati,
pinzandu la città ch’era un trisoru
e chiddi nostri cari macellati.

Quandu brisciu nc’era un campusantu,
e ad ogni scossa nc’era un griru paru,
menzi spugghiati senza nuddu mantu
du celu s’aspittava nu riparu.

E vinni di lu celu la furtuna
Dopu di la svintura disumana,
e lu Signuri chi nuddu abbanduna,
mandau quaranta iorna ‘i pioggia strana.

Ma nui ristammu tutti senza pani,
cu l’anima firita e senza paci,
sutt’a li tendi comu tanti cani
pinzandu ch’a natura fu rrapaci…

Matteo Paviglianiti

Ecco la traduzione della poesia in Italiano, per mano di Salvatore Marrari:

28 dicembre 1908


Era una sera fredda come il gelo,
il cielo era cupo e d’aspetto misterioso,
era la luna coperta da un nero velo,
il cielo con il mare era confuso.

Alle cinque che rombo, che fracasso,
la nostra mente ha finito di ragionare
davanti agli occhi si è calato come un masso,
la sventura è stata grande e comune a tutti

Che paura al grido del mare ,
che come una lupa famelica tutti ha inghiottito,
pochi sono stati quelli che si son salvati
e tutti son rimasti come paralizzati.

C’è stato come un lampo ed un rumore fortissimo
Sembrava una tempesta in mezzo all’oceano,
e , solamente, nel buio si sentivano
scuotere e rompere la porte e le mura.

Che gran spavento,che macello umano,
i lamenti si sentivano da ogni parte;
le genti cadute dal quinto piano(quelle salve)
ridevano impazzite sulla strada.

IL popolo pregava la Madonna
In mezzo alle piazze inginocchiato,
E qualche donna col bambino in braccio
Lo teneva stretto d’un lato ,meccanicamente,come fosse assente.

IL cuore lacrimava dentro il petto ansante
Vedendo tutta Reggio che piangeva,
il sangue colava dalle carni ferite ,
mentre la natura ci inghiottiva .

In quel momento eravamo tutti affratellati,
poveri e ricchi tutti sconsolati,
pensando alla città distrutta ch’era un tesoro,
ed a quei nostri parenti cari macellati sotto le macerie.

Quando è giunta la luce del giorno v’era un camposanto,
ad ogni scossa che si ripeteva c’era un grido all’unisono,
eravamo mezzi spogliati o ignudi ,senza nulla addosso,
dal cielo ci si aspettava un riparo ed un aiuto.

E proprio dal cielo venne la fortuna:
Dopo quella sventura disumana,
il Signore che nessuno abbandona,
ha mandato quaranta giorni di pioggia strana.(a scanso di infezioni o colera)

Ma siamo rimasti tutti senza cibo,
con l’anima ferita nell’intimo e senza pace,
sotto le tende come tanti cani randagi,
pensando che la natura ci ha tolto tutto. ( parenti cari, cibo e case)

Un ricordo, sempre di Salvatore Marrari, al poeta Reggino:

Non posso io fare un commento su Matteo Paviglianiti, mio pro zio,sarei di parte. Molto modestamente scrivo ciò che altri scrissero sul suo modo di poetare, esplicito e struggente, amante delle cose semplici e sempre pronto ad insegnare che l’amore stesso è poesia dell’anima e nell’anima sveglia voragini di gioia.

IL professor Domenico De Stefano, docente di lettere e filosofia, intimo amico di mio padre e discepolo di
“Don Matteo”, attento ascoltatore dei suoi versi, come Franco Saccà, Giuseppe Morabito, Gaetano Cingari,
e molti altri, nel 1943 scrisse una recensione pubblicata poi nel 1949, edizione Cartografica Giuli di Reggio Calabria.
Lo definisce “delicato cantore delle bellezze di nostra terra. La sua poesia giunge lieta all’animo, che si affissa alla contemplazione delle cose pure, patetica, esuberante ricchezza di versi. Cuore pervaso d’amore, sentimento e non sentimentalismo, canorità soave nella sua ascetica dolcezza. Dai piccoli e grossi avvenimenti della vita quotidiana, da evanescenti e pallidi particolari, egli sa trarre, con la sua arte, con delicatezza di spirito vivace, le più suggestive figurazioni, armoniosamente soffuse d’amore e di lirismo; e il passato e il presente sono fusi tanto sapientemente,da rendere ancor più viva la scena dell’avvenimento e del ricordo della realtà transeunte”.
Nella stessa recensione cita alcune righe scritte a Matteo Paviglianiti da Genuzio Bentini : “ La poesia è più vicina agli umili che ai grandi, perché viene dal cuore e parla al cuore…”
Dedica un corsivo scritto a penna e di proprio pugno “al carissimo amico Domenico Marrari (mio padre) , affinché conosca di più e ami meglio l’animo del Paviglianiti . RCal 5 dic. ’49 - firma autografa Domenico De Stefano”.
Matteo Paviglianiti, subito dopo il terremoto, proprio quando in Italia si sentivano i movimenti socialisti,
preso dal suo amore verso il prossimo, ne fece la sua cultura spirituale, paragonando il socialismo al Vangelo e Gesù Cristo stesso al migliore dei socialisti . Fu in effetti tra gli otto fondatori del partito a Reggio Calabria ed una foto del tempo ne fa testimonianza. Per questo suo credo e per aver fatto il precedente paragone , alla sua morte, avvenuta per collasso cardiaco, ed ai funerali ,non ebbe gli accompagnamenti sacerdotali .
Erano presenti i compagni tutti di partito ed il discorso funebre, in Piazza Castello, fu diviso tra Nicola Giunta e, l’allora trentenne, Gaetano Cingari.