Storia

La scossa, i danni, le macerie e la ricostruzione a Reggio

di Peppe Caridi - “Tra le rovine di Messina, di Reggio, di Palmi, di Bagnara restano dei superstiti. Ci sono ancora degli uomini che respirano sotto i monti di rottami, degli uomini pesti, laceri, imprigionati, che da tre giorni impazziscono vedendo oscillare, avanti alla loro mente stravolta, la speranza e la disperazione. Affamati, assetati, spasimanti per le piaghe che s’incancreniscono, questi sepolti vivi sentono a pochi metri, a pochi centimetri da loro, passare il calpestio della fuga, suonare le voci degli uomini che vorrebbero salvarli; e chiamano fiochi e non odono risposta o raccolgono poche parole rotte che si perdono dentro le macerie …”
Così Renato Simoni, inviato nello Stretto dal “Corriere della Sera”, il 1° gennaio 1909 raccontava sulla prima pagina del più prestigioso quotidiano Italiano la tragedia più grande della storia di questa terra, con pregevole attenzione di particolari.
Quando la terrà tremò a causa di una scossa molto intensa, durata 40 secondi, stimata del 7° grado della scala Richter, erano le 05.21 del mattino di lunedì 28 dicembre 1908.
Reggio, così come Messina e gli altri villaggi che popolano l’area intorno allo Stretto, venne rasa al suolo.
La città calabra contava allora appena 45 mila abitanti, e sotto le macerie del terremoto ne perirono circa 15 mila: esattamente un terzo. Altri 15 mila circa furono i feriti.
Mentre gli abitanti risparmiati dal terremoto si chiedevano se quell’immane tragedia coinvolgesse tutto il pianeta e se fosse la fine del mondo, l’onda del maremoto incalzava soprattutto nella zona sud della città: a Pellaro l’altezza delle onde dello tsunami raggiunse gli 8 metri. A Reggio centro e nella zona nord l’altezza d’onda fu molto più pacata, tra 3 e 5 metri, tanto quanto è bastato comunque per causare l’invasione delle acque nella marina tutta, nel lungomare e negli slarghi in cui si erano rifugiati molti dei superstiti che fuggivano dalle vie a rischio crolli alla ricerca di luoghi a cielo aperto.
Molte barchette di pescatori vennero scaraventate nella terraferma, ma il mare in cambio pretese centinaia di vite umane, inghiottite negli abissi dello Jonio da cui Venere, qualche migliaio di anni prima, vergine e bella nacque.
Il capitano Vicari che comandava il piroscafo “Quirinale” ancorato nel porto di Reggio, descrisse con queste parole quei momenti vissuti sulla nave: “Verso le 05.30 un violento e tremendo maremoto si scatenava seguito da una tremenda oscurità. Sono state tre ondate di enorme altezza, dando l’apparenza di vere e proprie montagne che si precipitavano con enorme velocità sul piroscavo investendolo”.
Dopo il panico e lo sgomento per il disastro, anche a Reggio si cercò, seppur in modo frenetico, di organizzare i soccorsi ma la città non ebbe la fortuna della dirimpettaia Messina, dove al porto si trovavano attraccati alcuni mezzi della Regia Marina (oggi Marina Militare) tra cui l’incrociatore Piemonte e tutta la prima squadriglia torpediniere (Saffo, Serpente, Scorpione e Spica).
Da nord le comunicazioni erano interrotte, e i treni non riuscivano a scendere più a sud di Bagnara. La linea ferroviaria era interrotta anche a sud, nella Jonica: impossibile per i treni risalire più anord di Lazzaro. Il porto era danneggiato rendendo difficoltoso l’attracco a qualsiasi nave, Reggio era completamente isolata. E disastrata al proprio interno. Sventrata, stuprata dal brusco e rabbioso movimento tellurico, afflitta dalla disperazione della gente.
All’alba del 29 fu probabilmente la “Bogatir”, nave della squadra navale russa che risaliva da Augusta verso Messina, a fermarsi per portare i primi aiuti a Reggio: le notizie sono però contrastanti e ufficialmente non c’è traccia del passaggio della Bogatir a Reggio, nonostante racconti popolari e testimonianze di sopravvissuti narrano dell’arrivo dei Russi in città il giorno dopo del terremoto, via mare.
Ufficialmente è la nave “Napoli” che, guidata dal comandante Umberto Cagni, si trasferisce da Messina a Reggio il 30 dicembre sbarcando centinaia di militari e organizzando l’assistenza ai sopravvissuti, portando i beni di prima necessità e impiantando un primo ospedale da campo mirato alla medicazione dei feriti leggeri, mentre i più gravi venivano trasportati a bordo per il trasferimento negli ospedali di Napoli e Palermo. Cagni organizzò i soccorsi a Reggio dividendo la città in varie zone assegnandole rispettivamente ai propri uomini e ad alcune truppe dell’esercito disponibili in loco (i superstiti della ventiduesima fanteria e alcuni distaccamenti dei bersaglieri arrivati in quelle ore). I marinai della “Napoli” organizzarono pattuglie di ronda per contrastare gli sciacalli e mantenere la pubblica sicurezza.
Intanto solo nei primi giorni di gennaio il Paese percepì l’immensità della tragedia, e il governo fu costretto a proclamare lo stato d’assedio rispetto agli episodi di sciacallaggio che, insieme al grande freddo, provocavano tensione e angoscia in città.
Per alcuni, intanto, Reggio era sparita definitivamente e andava ricostruita altrove.
Vincenzo Morello, giornalista di Bagnara, il 29 dicembre scrisse su “Il Giornale d’Italia” che “il flagello questa volta è definitivo … non è colpa nostra se il colosso ha il piede d’argilla e quest’argilla è spazzata via dal vento con le nostre miserie e il nostro sangue … L’avvenire è chiuso per sempre. Non resta che sgombrare ormai da quelle terre …”
L’8 gennaio, però, il presidente del consiglio del ministri Giovanni Giolitti presentò alla Camera un disegno di legge definito “urgentissimo”, in cui c’era scritto che “Messina e Reggio dovranno risorgere. E’ un impegno solenne che oggi assumono Governo e Parlamento”. Affinché il governo prendesse questa decisione fu importante l’intervento del parlamentare reggino Giuseppe De Nava, che di fronte ai deputati aveva sostenuto con forza un accorato discorso in cui chiedeva uno “sforzo titanico, concorde di energia e di volere, per la resurrezione di quella Regione” interpretando il volere della popolazione dello Stretto incline a continuare a vivere nella propria terra.
E così iniziò la ricostruzione che, come ogni volta che avviene una distruzione, tende a ridisegnare completamente il volto di una città.
Reggio era già stata distrutta dal violento terremoto del 1783 per poi essere ricostruita secondo il progetto dell’ingegner Giambattista Mori, che fece riedificare gli edifici con criteri più razionali, tracciando strade orizzontali e ortogonali: George Gissing, un romanziere inglese che visitò Reggio nel 1897, scrisse che la ricostruzione aveva reso Reggio “pulita e piacevole”.
E fu quel tipo di idea di città che stimolò la ricostruzione: non fu modificata la pianta della città se non per un piccolo ma importante particolare: l’arretramento del fronte degli edifici sul lungomare. A seguito del maremoto, si decise di non costruire più abitazioni in prossimità della costa e nacquero proprio per questo motivo, negli anni successivi al terremoto, quei giardini che oggi rendono verde, piacevole e incantato lo scenario di quel lungomare che D’Annunzio qulche anno dopo definì “il chilometro più bello d’Italia” : ispirato al giardino mediterraneo naturale dello Stretto, in cui agrumi, vite, gelso, lino e ortaggi crescono da sempre in modo spontaneo, vennero realizzati degli ampi giardini di ficus e palme oggi secolari che negli ultimi anni stanno facendo la fortuna della città.
Prima della ricostruzione definitiva, però, non possiamo non citare la “città provvisoria”: uella città di legno (il municipio, il duomo, il tribunale per oltre dieci/quindici anni furono sistemati in costruzioni mobili) con diecimila vani in baracche. In quegli anni, il fuoco, con l’intreccio di violenza e mistero, divenne il pericolo principale per quella che oggi possiamo definire una “città di legno”: i casi più eclatanti furono quelli della Camera di Commercio, distrutta dal fuoco nel 1909, del Liceo Ginnasio T.Campanella, bruciato nel 913 e della cancelleria del Tribunale, che prese fuoco nella notte tra 15 e 16 ottobre 1919. L’ultimo fu quello della chiesa della Candelora (14 febbraio 1946), ancora baraccata dopo 38 anni dal sisma.
Nel post-terremoto non fu comunque tutto ragionato con lungimiranza, anzi, possiamo dire dopo cento anni che, oltre alla brillante idea dei giardini sul Lungomare, la decisione di lasciare l’impianto urbanistico identico a quello della ricostruzione di fine ‘700 è causa dei problemi di viabilità che oggi affliggono il centro, dove le strade sono ancora molto piccole e strette come nel secolo scorso.
Dal punto di vista artistico/architettonico, la Reggio della ricostruzione vede una rinascita dello stile liberty con la regolamentazione dei criteri antisismici, quasi ossessiva nella prima fase ma purtroppo via via smarrita negli anni con la speculazione edilizia della seconda metà del ‘900.